«Quella lettera non l’ha scritta Binda. L’ho scritta io». Si apre con un colpo di scena il processo a carico di , 50 anni, di Brebbia, arrestato il 15 gennaio 2016 con l’accusa di aver ucciso nella notte tra il 5 e il gennaio 1987 con 29 coltellate , studentessa varesina di 20 anni, ex compagna di liceo di Binda. La lettera in questione è “In morte di un’amica”, la famosissima missiva tra i cardini delle argomentazioni dell’accusa, che fu recapitata in forma anonima a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno dei funerali della ragazza. Per gli inquirenti quella lettera fu scritta dall’assassino o comunque contiene elementi che rimandano all’omicidio.
Tre anni fa , anche lei amica di Binda e di Lidia ai tempi del brutale assassinio, vedendo quella lettera durante una trasmissione televisiva riconobbe come appartenente a Binda la grafia con cui fu scritta la missiva. E da lì il caso riprese impulso.
Binda ha sempre negato di essere l’autore della missiva sulla quale insistono due perizie di parte: quella dell’accusa, che attribuisce la paternità dello scritto al cinquantenne; l’altra, della difesa, che asserisce esattamente il contrario. Ieri durante la prima udienza davanti alla corte d’assise presieduta da ( a latere) sono stati i difensori di Binda, e , a chiedere l’inserimento dell’avvocato del foro di Brescia nell’elenco testi. Un nome inserito dai difensori lunedì.
Vittorini, presidente Aci, professore universitario, parte civile nel processo per l’attentato di piazza della Loggia, con una lettera inviata il 4 aprile a presidente dell’Assise, difensori di Binda, procura generale di Milano e al presidente del proprio ordine professionale «ci ha informati di rappresentare una persona che si è rivolta a lui chiedendogli di testimoniare che non fu Binda a scrivere la lettera “In morte di un’amica” – ha detto Esposito – e l’assistito del collega lo asserisce sostenendo di essere stato lui a scrivere e inviare quella lettera».
Vittorini, nella comunicazione dice di essere pronto a testimoniare. «L’autore si sarebbe fatto avanti adesso per senso di colpa. Forse sperava che Binda fosse scarcerato» ha detto Esposito. E sul perchè questa persona abbia avuto paura di assumersi subito la paternità della missiva, aggiunge: «Forse perchè l’ipotesi dell’accusa è che chi ha scritto la lettera è anche l’assassino. Un’assioma che spaventerebbe chiunque. Binda si è detto grato al teste per essersi fatto avanti». Di fatto la corte ha accolto la richiesta dei difensori del cinquantenne: Vittorini sarà ascoltato ma non come primo teste come chiesto da Esposito e Martelli. La corte valuterà la sussistenza del segreto professionale.
, difensore di parte civile che rappresenta la famiglia Macchi prende una posizione chiarissima: «L’interesse della famiglia è soltanto quello di arrivare alla verità. Non ci opponiamo all’ammissione di una prova a discarico di Binda. Ma ovviamente o il nome di chi sostiene di essere l ’autore sarà rivelato e questa persona sarà sottoposta a prelievo del Dna da confrontare con il campione prelevato dal francobollo affrancato alla lettera e a una perizia grafologica, in modo da avere un riscontro certo. Oppure la testimonianza del legale è “de relato” e non ha valore». Pizzi dunque si rivolge direttamente a chi dici di essere l’autore di “In morte di un’amica” «affinchè si faccia avanti, permetta gli accertamenti in modo da arrivare alla verità. Che non è altro che ciò che chiede la famiglia».













