Cassazione; Lavoro a termine? ‘Resiste’ alla riorganizzazione

Cassazione; Lavoro a termine? ‘Resiste’ alla riorganizzazione

Roma, 16 feb. (Apcom) – Il lavoratore con contratto a termine “salva” il posto in caso di riorganizzazione aziendale. Mentre ai colleghi a tempo indeterminato potrebbe andare peggio. La maggior tutela, ma soltanto in caso di riassetto organizzativo dell’azienda, concessa ai dipendenti assunti a termine viene evidenziata da una sentenza della sezione lavoro della Cassazione che ha confermato la decisione della Corte d’appello di Torino

a favore di una lavoratrice stagionale di un ristorante di Alessandria. In particolare i giudici, nelle motivazioni della sentenza 3276, precisano che “il lavoratore a tempo determinato può essere licenziato solo per giusta causa”. In pratica, soltanto se fa qualche “sciocchezza”. Il caso esaminato dalla Cassazione riguarda una donna di Alessandria, Liliana B. che era stata assunta con contratto stagionale, dal febbraio al settembre 2000, da un ristoratore.

L’accordo prevedeva anche vitto e alloggio a carico del datore di
lavoro. Dopo un paio di mesi però, Liliana viene licenziata per
“modifiche nell’assetto produttivo”. Il tribunale annulla il
licenziamento e riconosce alla donna, oltre al pagamento delle
somme dovute per l’intero periodo, anche il risarcimento per
essere stata costretta a trovarsi una casa avendo perso
l’alloggio di servizio. In appello la sentenza viene confermata
ma il risarcimento viene ridotto a circa 8500 euro. Il datore di
lavoro non ci sta e ricorre in Cassazione. Ma la Corte, nel
respingere il ricorso, sottolinea che le norme che consentono di
licenziare (o mettere in mobilità) i dipendenti in caso di
riorganizzazione aziendale e di “soppressione di determinate
mansioni”, non valgono per i lavoratori a tempo determinato. E ne
spiegano anche il motivo: se nel corso di un lavoro a tempo
indeterminato “può anche essere ammissibile che sopravvengano
delle ragioni che oggettivamente non rendano più conveniente
mantenere in vita il rapporto, ciò non vale quando la durata sia
limitata nel tempo”.

A maggior ragione, aggiungono i magistrati, “quando è il datore
che, in considerazione di sue esigenze particolari, si avvale
dello strumento del contratto a termine”. In sostanza, chi può
fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato deve
accettare il rischio che una nuova organizzazione aziendale lo
“metta alla porta”. Mentre il dipendente che non è riuscito ad
ottenere stabilità a lungo termine deve avere almeno il diritto
di poter contare su ciò che gli è stato promesso.

Roo

MAZ

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