Nel bar Le Constellation di Crans-Montana, la notte di Capodanno, la fuga era praticamente impossibile. Secondo le testimonianze dei giovani sopravvissuti all’incendio, all’interno del locale esisteva una sola via di uscita secondaria: una scala di legno che conduceva al piano terra, terminando davanti a una porta-finestra. Quella porta, però, era chiusa a chiave. Per lasciare l’edificio restava dunque solo l’ingresso principale, raggiungibile attraverso una stretta scalinata, presto diventata un imbuto mortale.
L’intera struttura del locale era realizzata in legno, un materiale che avrebbe dovuto essere trattato con sostanze ignifughe. Ma, stando agli elementi emersi finora, la protezione non avrebbe funzionato o non sarebbe stata presente in modo adeguato. A confermarlo è la procuratrice del Canton Vallese Beatrice Pilloud, che ha spiegato come l’ipotesi principale resti quella di un “flashover” generalizzato:
«Sono molte le ipotesi in ballo, ma la pista privilegiata resta quella del flashover. Abbiamo ascoltato diversi testimoni e recuperato numerosi telefoni cellulari che verranno analizzati».
Il flashover è un fenomeno devastante: un incendio inizialmente limitato provoca un accumulo di calore e gas combusti sotto il soffitto, fino a causare un’accensione simultanea e violenta di tutto l’ambiente. È quanto sarebbe avvenuto a Crans-Montana, trasformando il bar in una trappola di fuoco nel giro di pochi secondi e impedendo la fuga a decine di ragazzi.
Il racconto di Gianni, 19 anni: «Ho cercato di salvare chi potevo»
Il sito svizzero 20 Minutes ha raccolto la testimonianza di Gianni, 19 anni, studente di ingegneria meccanica a Ginevra, in vacanza nella località alpina. Il ragazzo non era nel locale, ma si trovava poco distante quando ha visto divampare l’incendio ed è corso sul posto per aiutare, forte della sua esperienza come volontario della protezione civile svizzera.
Secondo il suo racconto, i vigili del fuoco sono arrivati rapidamente, ma non sono riusciti a entrare nel bar: le condizioni erano già troppo estreme anche per le loro attrezzature. Le ambulanze, invece, sarebbero giunte con maggiore ritardo. In quei minuti drammatici Gianni ha improvvisato barelle con pezzi di divani presi da un locale vicino, ha cercato coperte per chi era fuggito seminudo con temperature di meno 11 gradi, e ha praticato massaggi cardiaci sui feriti in attesa dei soccorsi.
«Non c’erano più volti, né capelli»
Il giovane ha continuato ad aiutare fino alle cinque del mattino, senza riuscire poi a dormire per l’adrenalina e lo shock. Il suo racconto è crudo e sconvolgente:
«C’erano persone distese a terra, a torso nudo, sfigurate e bruciate. Non c’erano più volti, né capelli. Erano nere. Ho visto vigili del fuoco mettersi le mani nei capelli e piangere».
Gianni racconta di aver tentato di rianimare una persona ormai carbonizzata che sembrava respirare ancora, senza successo:
«Ho dovuto lasciarla per aiutare qualcun altro che forse ce l’avrebbe fatta. Non riuscivo nemmeno a capire se davanti a me ci fosse un ragazzo o una ragazza: erano quasi tutti irriconoscibili, con vestiti fusi alla pelle».
Intorno, il caos: alcune persone filmavano, mentre solo pochi civili cercavano di prestare soccorso.
«Non potrò mai vedere nulla di peggio di questa notte», ha concluso.













