Casoni-Ravagnani. Due preti, due destini: il paradosso che per molti non è affatto un paradosso

I casi Casoni e Ravagnani riaprono una frattura che attraversa la Chiesa da decenni e che oggi emerge senza più mediazioni

La sospensione del ministero presbiterale di Alberto Ravagnani ha riacceso un confronto che, per molti fedeli, va ben oltre la vicenda personale di un sacerdote. Il suo percorso viene infatti spesso messo a confronto con quello di Nicolò Casoni, allontanato dalla parrocchia di Brusimpiano nonostante una comunità numerosa, viva e fortemente legata alla tradizione liturgica.

A prima vista sembra un paradosso: un sacerdote percepito come fedele alla tradizione viene spostato, mentre un sacerdote diventato simbolo di una pastorale fortemente mediatica e innovativa viene sostenuto fino al momento in cui è lui stesso a interrompere il ministero.

Ma secondo una lettura sempre più diffusa in ambienti cattolici critici verso l’evoluzione postconciliare, il paradosso sarebbe solo apparente.

Non si tratterebbe infatti di incomprensioni o errori di valutazione, né di semplici differenze di sensibilità pastorale. Per chi sostiene questa posizione, la direzione imboccata dalla Chiesa negli ultimi decenni sarebbe ormai chiara e coerente: privilegiare modelli pastorali più aperti, dialoganti e adattati alla cultura contemporanea, anche a costo di mettere in secondo piano forme e sensibilità tradizionali.

In questa chiave, la gestione dei casi Casoni e Ravagnani non sarebbe contraddittoria, ma anzi perfettamente coerente con un indirizzo ecclesiale consolidato.

Il confronto tra i due sacerdoti diventa così simbolico. Da una parte un modello sacerdotale centrato sulla liturgia tradizionale, sulla disciplina e su una proposta pastorale percepita da molti come inequivocabilmente cattolica. Dall’altra una figura che ha puntato su linguaggi nuovi, sulla presenza digitale, su una comunicazione personale e informale, fino a includere collaborazioni commerciali e immagini costruite secondo codici tipici dell’influencer contemporaneo.

Elementi che per alcuni rappresentano un modo efficace di avvicinare i giovani, mentre per altri segnano una distanza crescente dalla dimensione liturgica e sacramentale, cuore del ministero sacerdotale.

Da qui nasce una lettura ancora più radicale, che divide profondamente il mondo cattolico: non due modi diversi di vivere la stessa Chiesa, ma due visioni ormai difficilmente conciliabili. Secondo i critici più severi, la frattura sarebbe ormai tale da configurare quasi due modi diversi di intendere la fede, il culto e il ruolo del clero.

Una posizione dura, certamente controversa, ma che trova consenso in una parte di fedeli che guarda con preoccupazione alle trasformazioni della pastorale contemporanea. Per costoro, il caso Brusimpiano rappresenterebbe la marginalizzazione di una Chiesa radicata nella tradizione, mentre la parabola di Ravagnani incarnerebbe una pastorale sempre più centrata sulla comunicazione e meno sulla liturgia.

Il punto, allora, non sarebbe più chiedersi se esista una contraddizione, ma prendere atto di una tensione ormai esplicita dentro il cattolicesimo italiano: quale modello di sacerdote e di comunità ecclesiale deve prevalere? Quello radicato nella tradizione o quello orientato a parlare il linguaggio del presente?

Domande che restano aperte e che probabilmente continueranno a dividere fedeli e comunità ancora a lungo. Perché il confronto non riguarda soltanto due sacerdoti, ma l’identità stessa della Chiesa nel tempo che sta vivendo.