Morte nei boschi di Rogoredo, fermato il poliziotto per omicidio volontario

La Procura di Milano ribalta la versione iniziale: la vittima era disarmata, la pistola trovata accanto al corpo sarebbe stata collocata dopo lo sparo

MILANO – Una svolta clamorosa segna le indagini sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso nei boschi di Rogoredo durante un’operazione antidroga. Nelle prime ore di oggi, su disposizione della Procura della Repubblica di Milano, la Polizia di Stato ha eseguito il fermo di Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia, con l’accusa di omicidio volontario.

Il provvedimento rappresenta un punto di rottura nella ricostruzione dei fatti fornita inizialmente dall’agente e apre uno scenario giudiziario di estrema gravità.

La pistola non c’era

Secondo gli accertamenti condotti dagli inquirenti, Mansouri non impugnava alcuna arma nel momento in cui è stato colpito. La pistola rinvenuta accanto al corpo – una scacciacani priva del tappo rosso, replica di una Beretta 92 – sarebbe stata posizionata solo successivamente, con l’obiettivo di simulare una minaccia armata e alterare la scena del crimine.

Un elemento ritenuto decisivo è l’assenza di impronte digitali e tracce biologiche della vittima sull’arma, circostanza incompatibile con la versione secondo cui Mansouri l’avrebbe puntata contro i poliziotti.

L’operazione antidroga e la versione iniziale

Abderrahim Mansouri, conosciuto nella zona con il soprannome di “Zack”, viveva ai margini del cosiddetto boschetto della droga di Rogoredo, area nota per l’attività di spaccio. Nel pomeriggio di fine gennaio, una pattuglia della Polizia in borghese, di cui faceva parte Cinturrino, era impegnata in un servizio di controllo.

Nella prima ricostruzione fornita dall’agente, il giovane sarebbe sbucato all’improvviso puntando una pistola contro i poliziotti. Temendo per la propria incolumità, l’assistente capo avrebbe esploso un solo colpo con l’arma d’ordinanza, colpendolo alla testa e causandone la morte immediata.

Una versione che, tuttavia, ha iniziato a incrinarsi già nei giorni successivi.

Le indagini e la nuova ricostruzione

Gli approfondimenti condotti dalla Squadra Mobile e dalla Polizia Scientifica, sotto il coordinamento della Procura, hanno portato a una ricostruzione radicalmente diversa. Le analisi delle telecamere di sorveglianza, incrociate con i dati dei telefoni cellulari, indicano che al momento dello sparo Mansouri era disarmato.

Ulteriori dubbi emergono anche dall’autopsia: il foro d’ingresso del proiettile suggerirebbe che il giovane non fosse frontalmente rivolto verso l’agente, un dettaglio che indebolisce ulteriormente l’ipotesi di una minaccia diretta e imminente.

Alla luce di questi elementi, la Procura ritiene che la scena sia stata manipolata dopo l’uccisione, portando al fermo dell’agente con l’accusa più grave.

L’inchiesta prosegue ora per chiarire nel dettaglio la dinamica dei fatti e le eventuali responsabilità, in un caso che scuote profondamente non solo il quartiere di Rogoredo, ma anche le istituzioni.