Addio a Sandro Mazzola, simbolo eterno dell’Inter e del calcio italiano

Addio a Sandro Mazzola, simbolo eterno dell’Inter e del calcio italiano
L’ex capitano nerazzurro è morto a 83 anni. Figlio del grande Valentino, fu protagonista dei trionfi della squadra di Helenio Herrera: 565 presenze, 158 gol e una vita con la stessa maglia.

MILANO – È morto a 83 anni Sandro Mazzola, uno dei campioni più rappresentativi nella storia dell’Inter e del calcio italiano. L’annuncio è arrivato nella notte dal club nerazzurro, che si è stretto attorno alla famiglia ricordando il suo storico capitano come una figura capace di identificarsi completamente con la società.

Mazzola non fu soltanto uno dei protagonisti della Grande Inter: per generazioni di tifosi ne rappresentò il volto, l’eleganza e il carattere. Dalle giovanili alla dirigenza, il suo rapporto con i colori nerazzurri non si è mai interrotto.

«Lui è stato la storia dell’Inter», ha scritto la società nel proprio ricordo ufficiale.

Il peso di un cognome diventato leggenda

Sandro era figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga. Aveva soltanto sei anni quando perse il padre e crebbe confrontandosi con un’eredità sportiva e umana apparentemente impossibile da sostenere.

Riuscì invece a costruire una storia propria. Dopo le prime partite all’oratorio San Lorenzo di Milano, entrò giovanissimo nell’ambiente interista, dove incontrò maestri come Giuseppe Meazza e Benito Lorenzi.

Il debutto in prima squadra arrivò il 10 giugno 1961, nella discussa ripetizione della partita contro la Juventus. L’Inter schierò i ragazzi della Primavera e perse 9-1, ma l’unico gol nerazzurro fu segnato proprio dal diciottenne Mazzola.

Quella giornata, nata come una protesta e terminata con una sconfitta pesantissima, divenne l’inizio di una carriera straordinaria.

La doppietta al Real Madrid

Helenio Herrera ne intuì la duttilità e gli costruì un ruolo tra centrocampo e attacco. Mazzola poteva inventare, rifinire e concludere: qualità che lo resero uno degli interpreti decisivi della squadra destinata a dominare in Italia e in Europa.

La consacrazione arrivò nel 1964, nella finale di Coppa dei Campioni disputata a Vienna contro il Real Madrid. Il giovane nerazzurro segnò due reti nel successo per 3-1, consegnando all’Inter il primo trionfo europeo della sua storia.

Al termine della partita Ferenc Puskás gli regalò la propria maglia e gli disse che era degno di suo padre Valentino. Fu il riconoscimento simbolico di una grandezza ormai autonoma.

Tutti i numeri di una vita nerazzurra

Mazzola disputò 17 stagioni con l’Inter, totalizzando 565 presenze ufficiali e 158 gol.

Conquistò quattro Scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1965 vinse la classifica marcatori della Serie A con 17 reti, dopo essersi già laureato capocannoniere della Coppa dei Campioni nel 1964.

Nel 1971 arrivò secondo nella graduatoria del Pallone d’Oro alle spalle di Johan Cruyff.

Alla sua storia appartengono anche il gol segnato dopo appena 13 secondi in un derby, la rimonta europea contro il Liverpool e la rete che nel 1966 consegnò all’Inter la prima stella.

Campione d’Europa con la Nazionale

Mazzola fu una figura centrale anche nella Nazionale italiana. Vinse l’Europeo del 1968 e fu protagonista della celebre alternanza con Gianni Rivera ai Mondiali del 1970, conclusi dagli Azzurri al secondo posto dopo la finale contro il Brasile.

Il loro dualismo segnò una delle stagioni più raccontate del calcio italiano: due campioni diversi, entrambi troppo importanti per essere ignorati, gestiti attraverso la famosa “staffetta”.

Mazzola seppe comunque mantenere uno stile misurato e leale, diventando un punto di riferimento ben oltre l’appartenenza nerazzurra.

Dalla scrivania a Ronaldo

Dopo il ritiro nel 1977, continuò a lavorare per l’Inter come dirigente e direttore sportivo. Partecipò a scelte che avrebbero segnato altre epoche del club, dal ritorno di Walter Zenga a Milano fino all’arrivo di Ronaldo il Fenomeno.

Negli ultimi anni frequentava ancora la sede e il centro sportivo di Appiano Gentile. Raccontava ai giocatori di oggi Herrera, Suárez, Corso e le grandi notti europee, senza vivere soltanto di ricordi: seguiva la squadra contemporanea con la stessa passione di sempre.

Nel maggio 2024 era tornato sul prato di San Siro per la festa della seconda stella, celebrato insieme agli altri protagonisti del primo storico traguardo.

«Ricordatemi come un bravo uomo»

Mazzola aveva espresso un desiderio semplice: «Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere».

L’Inter ha scelto proprio quelle parole per salutarlo. Racchiudono il senso di una carriera cominciata segnando nell’umiliante 9-1 di Torino e diventata una delle più luminose del calcio europeo.

È morto un campione che vinse quasi tutto. Resta una bandiera che, per l’Inter, non ha mai smesso di sventolare.

Aggiungi La Provincia di Varese tra le fonti preferite su Google