Rosario Livatino diventa patrono dei magistrati italiani. Il dicastero vaticano per il Culto divino ha ufficializzato il decreto con il via libera di Papa Leone XIV, accogliendo una richiesta sostenuta da tempo anche dalla Conferenza episcopale italiana.
Il magistrato siciliano, ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, era stato proclamato beato nel 2021. È il primo magistrato nella storia della Chiesa a essere riconosciuto come martire.
L’agguato sulla strada per Agrigento
Livatino aveva appena 37 anni quando venne assassinato dai killer della Stidda. Era la mattina del 21 settembre 1990, intorno alle 8.30, quando la sua Fiesta venne speronata lungo la strada tra Canicattì e Agrigento.
Ferito a una spalla e ormai fuori dall’auto, il magistrato tentò di fuggire oltre il guardrail, scendendo tra le pietraie del vallone. Fu raggiunto dagli assassini e ucciso.
Le sue ultime parole furono rivolte proprio ai suoi carnefici: «Picciotti, ma cosa vi ho fatto…».
Il martirio riconosciuto dalla Chiesa
Sei anni fa Papa Francesco aveva autorizzato il riconoscimento del martirio di Livatino “in odio alla fede”. Una decisione che aveva aperto direttamente la strada alla beatificazione, senza la necessità di attribuire al beato un miracolo ottenuto per sua intercessione.
Anche nel caso di Livatino, il riconoscimento del martirio è stato quindi letto come un segno della Chiesa nella lotta contro la criminalità mafiosa.
La Cei lo indica oggi come un modello e uno speciale intercessore per quanti esercitano quotidianamente la funzione giudiziaria.
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, ha sottolineato come Livatino fosse riuscito a coniugare nell’esercizio della sua professione «la verità con la carità, la scienza giuridica con l’etica cristiana e l’atto del giudicare con un discernimento illuminato dalla fede e dalla preghiera».
La mafia lo chiamava “santocchio”
Per ricostruire la figura del magistrato e sostenere la causa di beatificazione furono raccolte circa 4mila pagine di documenti e testimonianze.
Tra queste anche quella di Gaetano Puzzangaro, uno degli esecutori materiali dell’omicidio e condannato all’ergastolo. Anche uno dei mandanti avrebbe spiegato che Livatino era stato scelto come bersaglio proprio per la sua rettitudine e per il suo legame con la fede.
I mafiosi lo chiamavano con disprezzo “santocchio”, riferendosi alla sua religiosità e alla frequentazione della parrocchia di San Domenico, a Canicattì.
Livatino, però, separava il valore della fede da qualsiasi ostentazione. Una delle sue frasi più note è diventata emblematica del suo modo di intendere la professione: «Non importa essere credenti, importa soprattutto essere credibili».
La fede dentro il lavoro di magistrato
Prima di entrare in Tribunale ad Agrigento, Livatino era solito fermarsi a pregare nella chiesa di San Giuseppe.
Nell’agenda di lavoro ritrovata dopo l’agguato compariva la sigla “STD”, acronimo latino di Sub tutela Dei, “sotto la protezione di Dio”.
Anche il primo giorno da magistrato, a soli 26 anni, aveva affidato a una nota personale il significato che attribuiva al nuovo incarico: «Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige».
Oggi, a più di trent’anni dal suo assassinio, quella figura di magistrato viene così riconosciuta dalla Chiesa come riferimento per l’intera magistratura italiana: Rosario Livatino sarà il patrono di chi ogni giorno è chiamato ad amministrare la giustizia.













