Aggressione simulata a Busto, le telecamere smentiscono l’agente: condannato a due anni

Aggressione simulata a Busto, le telecamere smentiscono l’agente: condannato a due anni
La Corte d’Appello ribalta l’assoluzione di primo grado: secondo i giudici, il vigile si procurò volontariamente le lesioni e fece scattare inutilmente le ricerche di due presunti aggressori. Al Comune oltre 14mila euro tra provvisionale e spese legali.

BUSTO ARSIZIO – Il racconto dell’agente non regge al confronto con le immagini delle telecamere. È questo il punto centrale delle motivazioni con cui la Corte d’Appello ha condannato a due anni di reclusione, con pena sospesa, un agente della Polizia Locale di Busto Arsizio, accusato di avere simulato un’aggressione il 1° febbraio 2023.

I giudici, ribaltando l’assoluzione pronunciata in primo grado, hanno ritenuto provato che l’episodio denunciato non sia mai avvenuto. All’agente sono contestati i reati di simulazione di reato, procurato allarme, falso ideologico e truffa.

Il racconto dell’aggressione

Quella mattina l’agente aveva riferito di essere stato spinto alle spalle da due sconosciuti mentre prestava servizio da solo nella zona a traffico limitato. Aveva descritto due giovani, uno con un giubbotto arancione e l’altro con un indumento chiaro.

La segnalazione aveva determinato l’invio di diverse pattuglie della Polizia Locale e il coinvolgimento della Polizia di Stato. Il vigile era stato accompagnato in ospedale, dove gli era stata riconosciuta una prognosi di dieci giorni.

Erano quindi iniziate le ricerche dei presunti responsabili, estese anche ad altre zone della città e alla stazione ferroviaria di Saronno. Gli accertamenti, ai quali avevano partecipato gli stessi colleghi dell’agente, non avevano però condotto all’individuazione di alcun sospettato.

Le immagini che hanno ribaltato il processo

La svolta è arrivata dall’acquisizione dei filmati registrati da diversi impianti privati tra via Carlo, via Sant’Ambrogio e via Travelli. Nessuna telecamera ha ripreso i due giovani descritti dall’agente.

Le immagini considerate decisive dalla Corte mostrerebbero invece il vigile da solo mentre si avvicina a una parete, la colpisce volontariamente con un ginocchio e, in momenti diversi, strofina alcune parti del corpo e la guancia contro un muro o una colonna.

In primo grado quei movimenti erano stati definiti “bizzarri”, ma non erano stati considerati sufficienti per dimostrare che l’imputato si fosse procurato intenzionalmente le lesioni. La Corte d’Appello è arrivata a una conclusione opposta, ritenendo che i filmati consentano di escludere l’aggressione oltre ogni ragionevole dubbio.

Esclusa l’ipotesi dell’angolo cieco

Il Tribunale aveva ipotizzato che l’episodio potesse essersi verificato in un punto non coperto dalle telecamere. Secondo i giudici d’appello, però, quello spazio era troppo ristretto perché due persone potessero avvicinarsi, spingere l’agente e allontanarsi senza che almeno una parte della scena venisse registrata.

È stata esclusa anche la possibilità che i presunti aggressori fossero entrati o usciti attraverso i cancelli della zona. Le registrazioni continue della telecamera di una banca li mostravano infatti sempre chiusi nell’intervallo di tempo preso in esame.

Le contraddizioni nella versione dell’imputato

Sulla decisione hanno pesato anche le incongruenze riscontrate nelle dichiarazioni dell’agente. L’uomo non aveva saputo indicare con precisione il punto dell’aggressione e aveva ammesso di non poter affermare con certezza che le due persone viste correre successivamente fossero davvero gli autori della presunta spinta.

Quanto ai movimenti ripresi dalle telecamere, aveva negato di essersi procurato le lesioni e aveva spiegato di essersi appoggiato alla parete perché agitato. Una giustificazione che la Corte non ha considerato compatibile con quanto mostrato dai filmati.

I giudici hanno inoltre valutato negativamente la scelta dell’imputato di continuare a sostenere la propria ricostruzione anche dopo essere stato messo di fronte alle immagini. Tale comportamento ha inciso sulla determinazione della pena e sul mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

Le ricerche inutili e la pratica per l’infortunio

Secondo la sentenza, la denuncia determinò un impiego ingiustificato di uomini e mezzi pubblici per cercare due persone che non avevano commesso alcuna aggressione. Da qui la contestazione del procurato allarme.

La relazione di servizio e la successiva annotazione di polizia giudiziaria costituiscono invece il fondamento dell’accusa di falso ideologico. La contestazione di truffa è legata alla pratica aperta per l’infortunio sul lavoro e all’indennità riconosciuta sulla base del referto ospedaliero.

Al Comune oltre 14mila euro

Il Comune di Busto Arsizio si era costituito parte civile, sostenendo di avere subito un danno anche sotto il profilo reputazionale. Dopo la denuncia, infatti, l’amministrazione era stata criticata per avere mandato un giovane agente “solo e disarmato” in una situazione considerata pericolosa.

La Corte ha riconosciuto il danno d’immagine e quello derivante dall’impiego delle risorse organizzative, disponendo in favore del Comune una provvisionale immediatamente esecutiva di 5mila euro. La quantificazione definitiva del risarcimento sarà stabilita in sede civile.

A questa cifra si aggiungono 9.358 euro di spese di rappresentanza e assistenza legale per i due gradi di giudizio, oltre agli oneri e alle spese processuali. Il conto già quantificato supera quindi i 14mila euro.

La sentenza non è definitiva e potrà essere impugnata davanti alla Corte di Cassazione.

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