VARESE – Da oggi l’ingresso dello stadio Franco Ossola si affaccia su piazzale Pietro Anastasi. Varese ha scelto uno dei luoghi più legati alla carriera del centravanti per ricordare il campione che proprio in maglia biancorossa iniziò la propria scalata verso il grande calcio.
Alla cerimonia hanno partecipato la moglie Anna, con un mazzo di rose biancorosse tra le mani, il figlio Gianluca, visibilmente emozionato, gli amici, gli ex compagni e numerosi tifosi. L’intitolazione, approvata all’unanimità, suggella il rapporto tra la città e un uomo nato a Catania, ma diventato varesino per formazione sportiva, legami personali e scelta di vita.
Il campione del Varese più forte
Anastasi rimase in biancorosso per poche stagioni, sufficienti però a entrare nella storia della società. Fu uno dei protagonisti del Varese capace di sorprendere il calcio italiano e di infliggere alla Juventus un memorabile 5-0.
A riassumere il significato della giornata è stato l’ex compagno Ambrogio Borghi: «Se Napoli ha Maradona, Varese ha Anastasi».
Il preparatore ed ex portiere Gedeone Carmignani ne ha ricordato invece le qualità calcistiche: un attaccante moderno, capace di aggredire gli spazi, pressare gli avversari e farsi trovare pronto davanti alla porta. Caratteristiche che, secondo Carmignani, lo renderebbero prezioso anche nel calcio di oggi.
Dal Varese Anastasi passò alla Juventus, diventandone una bandiera, prima di vestire anche le maglie dell’Inter e della Nazionale. Con l’Italia conquistò l’Europeo del 1968, segnando insieme a Gigi Riva nella finale disputata a Roma.
Bettega: «Pietro non mi lasciò mai solo»
Tra gli ospiti arrivati a Masnago anche Roberto Bettega, legato ad Anastasi dalle esperienze comuni con Varese, Juventus e Nazionale.
Bettega ha ricordato in particolare il sostegno ricevuto durante un momento difficile della propria carriera. Dopo un buon avvio in bianconero, attraversò un lungo periodo senza segnare: «Eravamo compagni di camera. Pietro non mi lasciò mai solo, mi aiutò e ricominciai a fare gol».
Le testimonianze hanno restituito soprattutto il carattere di Anastasi, descritto come una persona generosa, disponibile e lontana dai protagonismi. Un uomo che, anche dopo avere raggiunto i vertici del calcio, continuava a rispondere presente quando amici e compagni avevano bisogno di lui.
Una targa davanti allo stadio
Sul piazzale è stata collocata una targa con l’immagine di Anastasi in maglia biancorossa e una frase che riassume il suo percorso: «Varese lo vide nascere campione, l’Italia non se lo dimenticò più».
Il centravanti divenne un riferimento non soltanto per i tifosi delle squadre in cui giocò. Nell’Italia degli anni Sessanta rappresentò anche il riscatto di tanti meridionali trasferitisi al Nord, che riconobbero nel giovane siciliano affermatosi a Varese un esempio nel quale identificarsi.
L’incontro casuale che cambiò la storia
Durante la cerimonia Guido Borghi ha ricordato anche le circostanze fortuite della scoperta di Anastasi. Il dirigente varesino Alfredo Casati, in partenza da Catania, cedette il proprio posto sull’aereo a una donna che aveva necessità di rientrare urgentemente a Milano.
Costretto a fermarsi, Casati decise di assistere a una partita della Massiminiana. In campo c’era quel giovane attaccante minuto e velocissimo che lo convinse immediatamente a portarlo a Varese.
Da quella coincidenza nacquero la carriera di un grande calciatore e un legame rimasto intatto nel tempo. La dedica del piazzale davanti al Franco Ossola riporta simbolicamente Pietro Anastasi nel luogo in cui la sua storia cominciò.













