##Usa;Prezzi gennaio salgono, ma inflazione annuale a minimi 1955


New York, 20 feb. (Apcom)
– Per la prima volta in oltre mezzo
secolo l’inflazione negli Stati Uniti si è azzerata, sulla scia
del fatto che il perdurare della recessione iniziata nel dicembre
2007 e il forte calo dei prezzi energetici cominciato l’estate
scorsa hanno portato a una rapida inversione di tendenza delle
pressioni inflazionistiche. Questo su base annuale, mentre per il
mese di gennaio i prezzi sono cresciuti modestamente, un elemento
che sembra allontanare il timore che il Paese sia sull’orlo della
deflazione.

Oggi, non sono però le notizie dal fronte macroeconomico e
inflazionistico a provocare i forti cali dei listini a Wall
Street, penalizzati dal pessimo andamento dei titoli bancari. Il
Dow Jones, in ribasso del tre per cento, è scivolato ai livelli
di oltre sei anni fa, trascinato al ribasso dai timori su una
possibile nazionalizzazione dei colossi bancari Citigroup e Bank
of America.

Tornando ai dati sui prezzi al consumo resi noti dal
dipartimento al Lavoro, va sottolineato che, su base annuale,
l’inflazione è stata uguale a zero, attestandosi al livello
minimo in più di 50 anni, ovvero dall’agosto del 1955. In
quell’occasione, i prezzi scesero su base annuale dello 0,4 per
cento. L’indice, cresciuto a un passo superiore alle previsioni
degli analisti, è salito su base mensile dello 0,3%, mentre la
componente core, quella depurata dai prezzi di energia e generi
alimentari, è salita invece dello 0,2 per cento.

Per quanto su base mensile l’indicatore sia tornato a crescere,
gli analisti guardano con attenzione al record in più di 50 anni
segnato su base annuale. Di fatto i prezzi al consumo sono
rimasti invariati rispetto allo stesso periodo dello scorso anno,
dunque ben al di sotto del tasso annuale di inflazione pari al 2%
che la Federal Reserve considera tollerabile per garantire la
stabilità dei prezzi. Il dato core è invece salito dell’1,7%
rispetto al gennaio del 2008, segnando il rialzo più contenuto
dal marzo del 2004.

Non c’è dubbio che le forti pressioni al ribasso sui prezzi –
che hanno portato molti analisti a parlare di disinflazione, a
fronte dei pessimisti che hanno spesso agitato lo spettro della
deflazione -, siano state provocate dalla peggiore crisi che
l’economia americana sta attraversando dalla Grande Depressione.
Allo stesso tempo, il dato di gennaio porta a sperare in
un’inversione di tendenza. A condizionare il rialzo dell’indice
dei prezzi al consumo di gennaio è stata comunque soprattutto la
crescita dei prezzi energetici, saliti a gennaio dell’1,7%; ma
anche qui la performance è ben diversa su base annuale, in quanto
la componente ha riportato un tonfo del 20,4% nel corso degli
ultimi dodici mesi.

Del resto è vero che, se il calo dei prezzi è determinato dal
ribasso di energia e materie prime, questo si traduce in un
vantaggio per l’economia, dal momento che le famiglie hanno
maggiori quantità di denaro da spendere. Il problema nasce invece
quando viene intaccata la fiducia dei consumatori e delle aziende
che, già messe sotto forte pressione dalla recessione, si sentono
costretti a rimandare acquisti e assunzioni. Secondo la Federal
Reserve, come è stato sottolineato nelle minute diffuse nei
giorni scorsi, esistono “alcuni rischi” derivati da “un livello
di inflazione eccessivamente basso”, ma il “rischio di
deflazione” non appare comunque concreto.

Proprio per scongiurare il pericolo di deflazione la Fed, che ha
abbassato i tassi di interesse a un range compreso tra lo 0 e lo
0,25 per cento, ha a propria disposizione almeno due opzioni: da
un lato insistere sui programmi per il rilancio del comparto del
credito, dall’altro fissare un più esplicito obiettivo in termini
di inflazione. “Una maggiore chiarezza sugli obiettivi di lungo
termine della Banca Centrale americana dovrebbe aiutare a
stabilizzare le previsioni sull’inflazione, al contempo evitando
che il livello attuale cresca o cali in modo eccessivo”, aveva
detto mercoledì il presidente della Fed Ben Bernanke.

Ars-Emc

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