New York, 24 feb. (Apcom) – Negli ultimi giorni, nazionalizzazione è stata la parola più pronunciata a Wall Street. Del resto, in un contesto in cui il sistema finanziario americano continua a scricchiolare nonostante gli sforzi della nuova amministrazione e i suoi tentativi di rassicurazione, gli investitori cercano ovunque segnali che lascino ipotizzare una ripresa. Citigroup, Bank of America, la stessa Casa Bianca e persino la Federal Reserve
continuano a ribadire che la struttura privata delle banche è ancora la migliore, ma le indiscrezioni sono troppo insistenti per essere ignorate. Da ogni angolo sembrano dunque spuntare problemi, dai quali non è esente neppure il colosso assicurativo American International Group che, avendo all’orizzonte possibili perdite trimestrali fino alla cifra record di 60 miliardi di dollari, starebbe cercando di modificare i termini per il rimborso degli aiuti federali ricevuti.
Attraverso la revisione dei prestiti, Aig punta soprattutto a
tutelare le valutazioni sul suo debito, poiché un taglio
costringerebbe la società a pagare miliardi di dollari alle sue
controparti. Uno scenario, quest’ultimo, semplicemente
insostenibile per il colosso assicurativo: lunedì la società
pubblicherà i risultati di bilancio e, secondo le fonti sentite
dall’emittente televisiva Cnbc, le perdite per il quarto
trimestre potrebbero arrivare a 60 miliardi di dollari, quasi tre
volte tanto il rosso già elevatissimo da 24,5 miliardi di dollari
del terzo trimestre.
Alla luce di questo, appare vitale che la società riesca almeno
a ridurre il carico dei suoi oneri finanziari ed è in questo lo
scopo delle trattative con l’amministrazione. Aig punta, tra
l’altro, a ridurre gli interessi che paga al governo a fronte dei
prestiti ricevuti. Attualmente, il tasso di interesse applicato
sui 60 miliardi di dollari dei prestiti ottenuti, è pari alla
somma tra il Libor e una percentuale fissa del 3 per cento. Aig
paga anche un dividendo annuale dell’1 per cento su altri
investimenti da 40 miliardi di dollari che il governo ha
effettuato nel colosso.
Il colosso assicurativo sta dunque valutando le proprie opzioni,
come del resto stanno facendo anche i colossi bancari americani.
Per Citigroup si è parlato ieri, salvo poi le smentite da parte
della società newyorkese, di una parziale nazionalizzazione, che
darebbe al Governo una quota del 40 per cento, anche se, secondo
indiscrezioni, i vertici della società si accontenterebbero anche
di una partecipazione inferiore e attorno al 25 per cento. Anche
Bank of America, la prima banca statunitense, ha cercato di
smorzare i timori su una nazionalizzazione imminente: l’
amministratore delegato Ken Lewis ha scritto in una nota, la
seconda in cinque giorni, che la banca non ha avviato alcuna
trattativa per convincere il governo americano ad ampliare la
propria partecipazione, dal momento che la società “non necessita
di ulteriori aiuti e non ne avrà bisogno in futuro” e che “le
prospettive della banca sono molto superiori a quelle delle
società concorrenti”.
Su eventuali nazionalizzazioni, la voce della Casa Bianca si è
fatta sentire chiaramente, così come quella della Federal Reserve
e delle agenzie federali. Se il presidente degli Stati Uniti
Barack Obama ha ribadito più volte di credere, come ha fatto
finora, che mantenere le banche in una struttura privata sia la
via migliore, il presidente della Banca Centrale americana Ben
Bernanke ha spiegato che la maggior parte degli istituti rispetta
gli standard fissati in termini di livello di capitale, ma che,
guardando avanti, è necessario pensare a modi efficaci e
aggressivi per determinare i rischi cui il comparto va incontro,
per esempio “l’esposizione alle voci tenute fuori dai bilanci”.
Già ieri, in una nota congiunta del dipartimento del Tesoro,
della Fed, della Federal Deposit Insurance Corporation (l’agenzia
federale che garantisce i depositi americani) e di altre agenzie
federali è stata ribadita la volontà di “fare tutto il possibile”
per traghettare il sistema bancario fuori dalla crisi perché “un
sistema finanziario solido e resistente è necessario per
facilitare una ripresa ampia e sostenibile. Le autorità di
regolamentazione hanno inoltre ribadito l’impegno a garantire che
“le banche abbiano capitale e liquidità di cui hanno bisogno” e
la determinazione a “salvaguardare la sopravvivenza delle
istituzioni finanziarie” importanti per il buon funzionamento
dell’intero sistema.
In quest’ottica, nell’ambito del Capital Assistance Program, il
programma presentato lo scorso 10 febbraio dal segretario al
Tesoro Timothy Geithner per garantire un’adeguata
capitalizzazione delle banche e che dovrebbe prendere avvio il
prossimo 25 febbraio, saranno fatte nuove valutazioni sulle
necessità delle banche “in base al contesto più difficile” in cui
si trovano. “Se dovesse risultare che necessitano di ulteriore
capitale, avranno in prima battuta la possibilità di cercare
fonti private di capitale, quindi, se non bastasse, capitale
temporaneo sarà reso disponibile dal governo”.
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