New York, 26 feb. (Apcom) – La stella di Bobby Jindal, il giovane
governatore della Louisiana, oggi non brilla quasi più. Questa
notte i repubblicani gli hanno affidato un compito
difficilissimo, la replica al discorso al Congresso del
presidente Barack Obama. Ma la moviola politica del giorno dopo
non lascia scampo: tra i due discorsi non c’era davvero paragone:
Obama ha vinto con una goleada, Jindal è uscito dal campo con il
sorriso stampato sulle labbra, ma come un perdente.
Ad ammetterlo sono gli stessi repubblicani, che si aspettavano
da Jindal il colpaccio che riuscì a un giovane e semisconosciuto
Obama nel 2004, alla convention dell’allora candidato alla
presidenza John Kerry. Obama svegliò la sinistra americana con un
discorso di unità e orgoglio e seminò il primo seme della corsa
per la Casa Bianca.
Il paragone era lecito: se un senatore nero dello Stato
dell’Illinois, quasi senza esperienza politica, è diventato
presidente così in fretta, perché mai lo stesso non può avvenire
con Jindal, figlio di immigrati del Punjab, lui pure con la pelle
scura e un talento politico straordinario? Ma David Johnson, ex
stratega di Bob Dole, dice di parlare a nome di molti compagni di
partito: “Jindal è già scoppiato”.
Certo, Obama giocava in casa. In prima serata, parlando dal
podio della Camera dei Rappresentanti, interrotto da applausi a
ogni pausa della voce. Jindal ha letto il suo intervento da Baton
Rouge, nella notte di martedì grasso, da solo di fronte alla
telecamera, quando sulla costa orientale era già quasi
mezzanotte, interrompendo il florilegio di resoconti entusiastici
sull’intervento del presidente.
Brit Hume, anchor della repubblicanissima Fox News, non ha fatto
tanti complimenti: “Il discorso era migliore per iscritto che
nell’interpretazione di Jindal. Non è certo stato un grande
esempio di abilità oratoria”.
Jindal ha definito “irresponsabile” la manovra antirecessione
che il Congresso ha varato la settimana scorsa, su richiesta di
Obama. Ma ha accusato di ‘pessimismo’ il presidente
nell’approccio alla crisi economica. Peccato che Obama avesse
appena concluso un discorso tutto improntato all’ottimismo,
un’ottimismo alla Ronald Reagan per giunta, con una spinta ideale
alla Franklin Delano Roosvelt e una voglia di riforme che fa
pensare all’era di Jfk e Lyndon Johnson. Per Jindal “non è quella
di Obama la maniera di rafforzare l’economia, creare posti di
lavoro e costruire il futuro. La forza dell’America non sta nei
governi, ma nello spirito degli americani”.
Obama aveva in un certo senso detto la stessa cosa, ma in
maniera più convincente, con un appello all’unità nazionale per
ricostruire l’America “più forte di prima”.
Con un fondo sul Washington Post, Michael Gerson, esperto del
Council of Foreign Relations, ha cercato di fare un bilancio del
“fenomeno Jindal”, che lui continua a considerare “l’anti Sarah
Palin”, la governatrice ultraconservatrice dell’Alaska e vice di
John McCain nell’ultima corsa alla Casa Bianca. Jindal gli
ricorda Bill Clinton, nella sua capacità di rispondere con
competenza e entusiasmo a qualsiasi domanda, e pesa anche il
confronto con Ronald Reagan, fatto dallo strillone della destra
Rush Linbaugh. “Entrambi sanno parlare delle cose più complesse
come se fossero in una conversazione di salotto, a tarda sera”.
Parla anche della prodigiosa qualità del governatore della
Louisiana, di essere “uno di noi” agli occhi della base
repubblicana. Se si tiene conto della sua storia personale, della
sua pelle nera in un partito di bianchi, si comprende
l’importanza di questo “risultato politico”.
Emc
MAZ
© riproduzione riservata










