di Stefano AffoltiVARESE Che noi e Cantù abbiamo scritto pagine meravigliose di storia del basket italiano è negato solo dai cantori ciechi di Bologna e Milano. Ma forse è bene non guardarla, la storia, almeno quella recente: rischiamo di andare al derby di sabato col morale sotto il parquet. Dall’anno di grazia 1999, quando i Roosters vinsero la stella mentre
i brianzoli si fermarono agli ottavi, a oggi il bilancio è nettamente a favore dei cugini. Non lo dicono solo le cifre, aride quanto volete ma specchio dei risultati e delle programmazioni societarie: lo dicono anche gli altri campi, dove militano e spesso vincono giocatori che sono passati dal Pianella, mentre a Masnago abbiamo inanellato una sequenza impressionante di bidoni.
SIAMO FERNMI A LARUE, MAI UNA SEMIFINALE
Cominciamo dalle nude classifiche. Tra il ‘99/2000 e il 2008/09 Cantù non ha mai giocato in LegaDue e Varese sì: già questo della retrocessione è un bel distinguo, che ancora ci fa sanguinare l’anima. Poi, su dieci tentativi Cantù ha disputato sei playoff e Varese cinque, ma con esiti opposti: i nostri una volta sola sono andati oltre il primo turno (ricordate il tiro della vita di LaRue a Milano nel 2003?), mentre a Cucciago hanno visto una semifinale (2002, persa in gara5 con la Fortitudo) e cinque quarti di finale. Gli stessi piazzamenti a fine regular season sono indicativi del trend: raramente abbiamo messo il naso davanti. Basta il bilancio vinte/perse: nel decennio Cantù ha marchiato a fuoco 183 partite di serie A1 su 359, pari al 51%; Varese è a quota 133 su 323, per un desolante 41%.
A MASNAGO 12 ALLENATORI IN 10 ANNI. A CUCCIAGO 3Dal campo alla panchina: i mangiallenatori abitano sotto il Sacro Monte. Dall’estate del ’99, dopo la frettolosa rinuncia al califfo Recalcati, a Masnago si sono avvicendati la bellezza di dodici coach: nell’ordine Galli, Bianchini I, Danna, Lombardi, Sacco, Colombo, Beugnot, Rusconi, Cadeo, Molina, Magnano, Mrsic, Bianchini II. Fa specie che il record migliore del decennio (55,6%, 10 vinte su 18) appartenga ancora al Vate prima edizione, quello che sotto Natale rilevò Cedro Galli nella disgraziata annata post scudetto: fu sbertucciato gratuitamente, visto l’andazzo successivo. Abbiamo dato lavoro a carneadi caduti nel dimenticatoio e grandi ex un po’ bolliti, mai costruendo cicli né progetti: il più longevo è stato ovviamente Ruben Magnano, che arrivò da campione olimpico ma in due
stagioni e mezza non mantenne alcuna promessa. Un’occhiata alla galleria degli orrori: salvato Gianni Molina, che ballò da traghettatore per una sola domenica (perdendo, ça va sans dire), il primato negativo è spartito tra i fischiatissimi Federico Danna e Veljko Mrsic, che ne hanno portate a casa due su undici.Molto diversa la storia tecnica di Cantù: tre allenatori in dieci campionati. Breve la stagione di Ciani; lunghissimo e proficuo il regno di quel Sacripanti che ora si gode le bollicine della Pepsi Caserta; dopo l’interregno di Dalmonte, oggi c’è il baby Trinchieri che ispira fiducia. Se Sacripanti ha resistito sei stagioni e mezza, centrando cinque postseason e una semifinale, non significa che era amico del presidente, bensì che lui è bravo e che alle sue spalle c’erano delle idee.
LORO ARRIGONI, NOI DI TUTTO E DI PIU’
Già, i progetti. Difficile fare il conto degli uomini mercato succedutisi nelle stanze di via Sanvito, facile trovare il santone che ha costruito le perle di Cantù. Si chiama Bruno Arrigoni, è il general manager faso-tuto-mi e per una che ne sbaglia cento ne azzecca. Ha seguito strategie antitetiche alle nostre: largo agli stranieri, spesso economici, però scelti come gli dei del cesto comandano. Pure sconosciuti, eppure di qualità. Fateci caso: tra gli altri hanno portato qua Bootsy Thornton, Shaun Stonerook, Rimantas Kaukenas, Eric Williams. E hanno scovato Schortsanitis, che tutti presero in giro perché gli yankee lo battezzarono Baby Shaq: era grosso e grezzo da morire ma poi è passato dall’Nba e sta facendo una signora carriera nel campionato greco. Qualcuno alzi la mano e dica chi ha lanciato nel frattempo Varese, pur puntando sull’italianità e avendo più o meno la stessa pecunia. Se il conto dei ds è arduo, quello delle sòle importate sotto il Sacro Monte è un papiro egizio. Chi ogni anno cambia squadra, facendo poi girare quasi sempre la giostra nel verso giusto, non può essere fortunato e basta: il fiuto di Arrigoni e, probabilmente, l’accortezza nel distinguere tra agenti e millantatori fanno la differenza. E stendiamo un velo pietoso sul folklore, perché ci hanno superati anche qui: è vero che hanno dato una maglia al pensionato Marzorati per regalargli un record un po’ patetico, però noi abbiamo fatto di peggio schierando l’intruso Bagatta al McDonald’s Open, mica al torneo dei bar.
MA IL POPOLO BIANCOROSSO NON TEME CONFRONTI
L’unica cosa su cui non temiamo confronti è il pubblico. Cinquemila persone in LegaDue le fa solo Varese. Merito anche della struttura, che per quanto incompleta e irritante è più capiente del caro vecchio Pianella pluriderogato. Ma è un magro bottino, e poi sabato i canturini non ci saranno: cosa ce ne facciamo?
a.confalonieri
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