Beit Lahiya (Striscia di Gaza), 24 gen. (Apcom) – Sono tornati
per la prima volta a scuola, dopo tre settimane di guerra, i
circa 200mila bambini di Gaza. In molti hanno perso la casa, i
genitori o i parenti e restano traumatizzati. L’Agenzia dell’Onu
per i rifugiati palestinesi (Unrwa) ha riaperto le 221 strutture
scolastiche che gestisce nel territorio, molte delle quali erano
state utilizzate durante i raid israeliani contro Hamas come
riparo per le decina di migliaia di persone rimaste senza tetto.
All’istituto maschile Al-Zukur di Beit Lahiya, i bambini si sono
ritrovati nel vasto cortile con indosso zaini troppo grandi per
il loro fisico esile, fra grida e giochi. Una classe era stata
incendiata da un obice di Tsahal, circa una settimana fa. Due
bambini di cinque e sette anni vi sono morti e una decina di
persone sono rimaste ferite, fra cui la loro madre, che ha subito
l’amputazione di entrambe le gambe. Al momento dell’attacco, la
scuola ospitava circa 1.600 persone.
Si tratta di uno dei tre istituti coinvolti dall’operazione
‘Piombo Fuso’: nell’episodio più sanguinoso, il 6 gennaio, sono
morte oltre 40 persone non lontano da lì, a Jebaliya. L’esercito
israeliano ha assicurato di aver agito in rappresaglia di
attacchi dei guerriglieri di Hamas che provenivano dalle
vicinanze, ma il segretario generale delle Nazioni Unite Ban
Ki-Moon ha chiesto che i responsabili ne rispondano davanti a un
tribunale internazionale.
Un portavoce dell’Unrwa, Christopher Gunness ha spiegato che
l’agenzia, con la riapertura delle scuole, intende diffondere una
sensazione di ritorno alla normalità, anche se la ricostruzione
sarà lenta e sofferta. Alla scuola di Al Zukur i segni del
conflitto che ha fatto oltre 1.300 morti sono ben visibili, e non
solo sui muri. “Fate un passo avanti se vostro padre o la vostra
mamma sono caduti martiri” ha dichiarato il presidente Riad
Maliha al megafono mentre i bambini si mettevano in fila. “Fatevi
avanti se la vostra casa è andata distrutta” ha aggiunto.
Oltre 20 bambini hanno fatto un passo in avanti per iscriversi
presso l’Onu e fare in modo che la loro famiglia potesse
beneficiare di un aiuto. Fra loro, Anas Abbas, 12 anni: “Hanno
colpito la nostra casa e ucciso cinque dei miei vicini. Gli ebrei
erano vicinissimi” ha raccontato. Come i compagni, parlava della
sua esperienza con frasi corte e rispondeva spesso a monosillabi.
E il preside ha riferito che i primi giorni di scuola saranno
dedicati proprio a questo, a tentare di stimolare gli studenti
perché esprimano il più possibile del loro vissuto. “Saranno
incoraggiati a parlare di quello che è successo, li faremo
disegnare o scrivere” ha raccontato Maliha. Al consulente
psicologo Khitam Aziz, i bambini hanno fatto domande sulle tracce
del conflitto: la classe incendiata, i segni del proiettile. “Mi
chiedono perché la scuola sia stata bombardata e dicono di avere
paura che (gli israeliani, ndr) ritornino. Noi – ha spiegato lo
psicologo – rispondiamo loro che nessuno tornerà ad attaccare la
scuola, che non devono temere e che possono tornare a giocare”.
(fonte Afp)
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