Dharamshala, 10 mar. (Ap-Apcom) – Il Dalai lama ha accusato la
Cina di aver trasformato il Tibet in un “inferno” e di aver
ucciso “centinaia di migliaia di tibetani”. In occasione del
50esimo anniversario della fallita rivolta tibetana contro i
cinesi, dal luogo eletto per il suo esilio in India, a
Dharamshala, il leader spirituale del buddismo tibetano ha anche
ribadito la rivendicazione per una “autonomia significativa” per
il suo paese natale.
“Questi ultimi 50 anni sono stati anni di sofferenza e
distruzione per il territorio e il popolo del Tibet”, ha
affermato il Dalai Lama, insignito nel 1989 del Premio Nobel per
la pace, in un discorso pronunciato nel tempio in cui vive da
mezzo secolo, sulle pendici dell’Himalaya. “Una volta occupato il
Tibet, il governo comunista cinese ha portato avanti una politica
di violenza e repressione (…) I tibetani hanno vissuto
letteralmente in un inferno sulla Terra”, ha insistito il Dalai
Lama: “Una conseguenza immediata è stata la morte di centinaia di
migliaia di tibetani”.
Pechino ha replicato accusando il Dalai Lama di non distinguere
“il vero dal falso” e di “diffondere voci fasulle”. “Le riforme
democratiche nel Tibet sono le più importanti e profonde della
sua storia”, ha assicurato il portavoce del ministero degli
Affari esteri, Ma Zhaoxu, che ha sottolineato di non voler
“rispondere alle menzogne del Dalai lama”.
Per prevenire ogni forma di protesta in occasione del 50esimo
anniversario della rivolta e in ricordo delle numerose vittime
del marzo 2008 (21 morti secondo Pechino, 203 secondo i tibetani)
la Cina ha dispiegato migliaia di uomini delle forze di sicurezza
sull’altopiano tibetano e ai suoi confini, per impedire l’accesso
di stranieri.
Il discorso del Dalai lama, con toni inusitatamente forti,
sottolinea come la “brutale repressione cinese” continui ancora
oggi, tanto che la cultura e l’identità dei tibetani “sono al
limiti dell’estinzione”. “I tibetani sono trattati come dei
criminali, che meritano di essere messi a morte – ha continuato –
persino oggi, i tibetani in Tibet, vivono costantemente nella
paura e le autorità cinesi li trattano sempre come sospetti”.
“Noi, i tibetani, siamo alla ricerca di un’autonomia legittima e
significativa che ci permetta di vivere nell’ambito della
Repubblica popolare di CIna”, ha ripetuto il Premio Nobel, che ha
73 anni. “Non nutro alcun dubbio: la giustizia prevarrà a
proposito della causa tibetana”, ha assicurato. Nel novembre
scorso, il monaco buddista aveva lui stesso “riconosciuto il
fallimento” della sua lotta per un autonomia del Tibet, dopo otto
anni di negoziati infruttuosi con Pechino.
Fcs
© riproduzione riservata










