Roma, 11 mar. (Apcom) – Le riforme in materia di giustizia varate
dal governo rischiano di paralizzare molte indagini, soprattutto
quelle sui poteri forti. E’ l’allarme lanciato oggi dall’Anm
durante un convegno intitolato proprio “Il Pm e le indagini sui
poteri forti”. Il punto forse più contraddetto è la modifica dei
rapporti tra polizia giudiziaria e Pm, contenuto nel ddl che
modifica il processo penale.
“Il Pm – dice Luca Palamara, presidente dell’Anm – ha bisogno
della polizia giudiziaria e viceversa, nel senso che il
magistrato ha bisogno della polizia come di un braccio per
compiere le indagini e la pg ha bisogno del magistrato per
leggere ciò che trova”. Il caso dello stupro della Caffarella,
per Palamara, è un esempio “emblematico” di questa
collaborazione. Insomma, per Palamara, “questa collaborazione è
l’unica cosa che davvero funziona nel processo penale” e non va
modificato, altrimenti “sarebbe proprio il processo a
risentirne”. Insomma, no a cambiare le cose, anche perchè non va
dimenticato che il magistrato è soggetto soltanto alla legge,
diversamente dalle forze Di polizia, “che sono organizzate in
maniera gerarchica” e in ultima istanza rispondono al governo di
turno.
D’accordo con Palamara si è detto anche il procuratore nazionale
Antimafia Pietro Grasso: “mi lascia piuttosto perplesso – sono
state le sue parole – l’idea del magistrato come avvocato della
polizia”. Se così fosse, infatti, sarebbe inevitabile, per il
magistrato, “scendere a compromessi” anche con l’opinione
pubblica e cercare “una condanna a tutti i costi”.
Durissimo, infine, il procuratore di Milano Armando Spadaro, che
ha definito “infamia costituzionale” la frase, contenuta nella
relazione sul ddl di riforma del processo, che pone “in
concorrenza e reciproco controllo” la polizia giudiziaria e il
Pm. Spadaro, inoltre, ha definito un “assurdo” anche la riforma
delle intercettazioni. “E’ assurdo – ha detto – che
un’intercettazione debba durare soltanto 2 mesi e che non si
possa chiedere una proroga basandosi solo sui contenuti
dell’intercettazione stessa. Sarebbe come dire che se intercetto,
l’ultimo dei 60 giorni, una telefonata in cui si dice ‘tra tre
giorni ammazziamo tizio’ non posso chiedere una proroga
dell’ascolto se non ho almeno un altro elemento per sostenere
questa ipotesi di reato”.
Anche per Palamara il dibattito sulle intercettazioni non sta
portando “miglioramenti significativi” alla normativa. “Il
problema – ha detto – non è quello di modificare l’aggettivo in
qualche articolo, ma non snaturare questo strumento, che deve
essere d’indagine”. Da ultimo, Spataro ha voluto lanciare un
ulteriore allarme, sostenendo che non basta “lasciare fuori da
questa stretta le indagini su mafia e terrorismo. I reati
compiuti dal potere sono altrettanto pericolosi, per la
democrazia, di quelli compiuti da terroristi e mafiosi”.
Gic
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