VARESE Sapevamo dei caprioli, dei cervi e della folta popolazione di cinghiali. Sapevamo anche dei falchi, dei nibbi e delle poiane. Ma dell’aquila reale no, questa ancora mancava sopra al Campo dei Fiori. E’ stata avvistata per pura coincidenza da Armando Pezzarossa, un fotografo che ha appena pubblicato un libro proprio sul parco e che per caso ha alzato la testa mentre passava da quelle parti: si è trovato un aquilotto di due metri di apertura alare che aveva appena acchiappato un cucciolo di cinghiale, a occhio 5 o 6 chili di peso. La cosa però ha stupito gli stessi addetti ai lavori del Campo dei Fiori che sulle aquile non ricevevano segnalazioni ormai da qualche anno.Per scovare l’ultima volta che ne era stata vista una bisogna risalire a due anni fa, quando un esemplare era comparso in Valcuvia. Ma niente nidificazioni da queste parti, nemmeno storicamente. “Siamo troppo in basso e loro sono troppo disturbate”, ha spiegato Federico Pianezza, naturalista del parco. Se sul primo fattore tutto sommato si può sorvolare, visto che in Valtellina, per fare un esempio, le aquile nidificano anche al di sotto dei mille metri, sul secondo non resta che rassegnarsi: non avendo pareti rocciose ed essendo il nostro massiccio troppo frequentato, l’aquila non ci si insedia volentieri. Quello che si sa per certo è che i luoghi più vicini dov’è presente sono la Val
Veddasca e il monte Lema, sul versante svizzero; piuttosto sfruttano queste zone come territorio di caccia, soprattutto nel periodo invernale quando tutto intorno al nido finisce sotto ad uno strato di neve e in mancanza di prede facili gli attacchi di fame iniziano a farsi sentire. “Qui girano perché trovano gli ungulati in forte espansione, soprattutto negli ultimi anni. Ci sono tantissimi cinghiali, ma anche cervi e caprioli”, spiega il naturalista. Non che un’aquila possa cacciare un cervo adulto da 150 chili, naturalmente. I suoi cuccioli però sono quanto mai appetitosi, e un esemplare di un paio di metri di apertura alare può arrivare a trasportare una preda fino a 18 chili: oggi che gli ungulati abbondano i loro predatori hanno vita facile. Non era così fino a qualche tempo fa. La Provincia da una parte e i cacciatori dall’altra hanno fatto alcuni rilasci, poi la natura ha fatto il resto. E lo ha fatto anche molto bene, visto che siamo arrivati al punto di dover procedere con qualche prelievo per evitare l’espansione sproporzionata delle popolazioni. “Il bosco era molto più ridotto e più utilizzato nel dopoguerra quando tutti si dedicavano alla coltivazione. Oggi ce n’è molto di più ed è molto meno disturbato, questo ha creato un habitat ideale per la fauna selvatica. I predatori sono tornati, e chi può dirlo, tra vent’anni magari avremo di nuovo i lupi”.Francesca Manfredi
e.marletta
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