di Andrea Confalonieri
FIGLINE VALDARNO (Fi) Tutto il secondo tempo passato in piedi, come novelle giraffe della Valdarno, perché in questo stadio delle bambole resti incastrato tra la ferrovia e la tribunetta mignon e non ti muovi più, ci sono spigoli e piloni ovunque che coprono la visuale e rischiano di nascondere i migliori quarantacinque minuti giocati dai biancorossi dalla fine del periodo d’oro, ormai completamente riaperto. «Il Varese è la migliore squadra che abbiamo visto – dice un tifoso in stretto dialetto del luogo – ma il Figline ha avuto coraggio ed è stato premiato da un filino di c..o». Meglio dire un filone, oppure un filetto di culatello toscano: il brasiliano dalla faccia triste da campione, l’indemoniato Neto Pereira, prima si vede respinto sulla linea il pallone della vittoria e, più tardi, da una clamorosa traversa. Altro che filino di c…! Finiamo con le dita congelate dal vento che non riescono più a battere sulla tastiera, ma ci pensa il cuore ad andare avanti fino in fondo: il Varese è tornato ai massimi storici di questa stagione. E’ bastato a Sannino gettare nella polveriera il cerino Carrozza per incendiare il fuoco e le fiamme biancorosse. Non ammiravamo da molti mesi queste cose tutte assieme: Buzzegoli, Zecchin e Carrozza da 7 in
pagella, Ebagua da 6,5 e Neto Pereira da 7,5. La cavalleria leggera sta sbocciando: adesso bastano soltanto un campo verde in una bella domenica di primavera, e l’opera dei playoff si completerà da sola. Pensare che a fine primo tempo un inviato-infiltrato dell’Arezzo l’aveva sparata grossa: «Troppi piccoletti, troppo leggerini. Il Varese contro ‘sti cristoni di Figline non segna nemmeno se va avanti a giocare bene per una settimana». Se il gufo amaranto per almeno metà partita ha creduto d’aver ragione, per l’altra metà non ha più aperto quella bocca cucita dall’ago delle sue stesse sentenze. In una giornata sì di Buzzegoli e Zecchin, le fonti del gioco, bastava poco per dare fuoco alle polveri. Quel poco Sannino fa in fretta a trovarlo e si chiama Carrozza. Quel poco si chiama Varese e fa tremare questa piccionaia di impianto dotata di tribunetta da 500 posti battuta dal vento che a tratti somiglia a un uragano. Sembrava di essere tornati in Eccellenza, con le reti impiccate sul campo come a Mozzate, e la gente che saluta dai finestrini di quel maledetto treno che passa. Poi fanno le pulci al Franco Ossola, lo blindano, lo ingabbiano, lo chiudono: venite a vedere dove giocano a Figline, poi arrossite e pentitevi.
e.romano
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