Sindacati e consumatori promuovono il “Made In”

BUSTO ARSIZIO L’etichettatura obbligatoria del “Made in” riscuote consensi anche tra associazioni dei consumatori e sindacati. Ma ci sono dei “però”. Dopo il via libera di Montecitorio alla legge Reguzzoni-Versace e gli importanti passi avanti a Bruxelles sul regolamento europeo, c’è apprezzamento e unità d’intenti sulle iniziative legislative ma restano alcuni timori e le richieste di mettere in campo altre azioni più concrete: al governo si chiedono «incentivi e contributi mirati alle imprese che mantengono il lavoro in Italia», alle industrie del settore di «fare squadra per ridurre i costi fissi e aumentare la competitività». Tra i difensori dei consumatori c’è chi rivendica un impegno antico sul tema: «Con la nostra attività abbiamo anticipato la legge e il regolamento europeo di anni – rivendica Marisa Mentasti, responsabile dell’Adiconsum per la provincia di Varese – un esempio? Già tre anni fa, insieme a Camera di commercio e Centro tessile cotoniero, abbiamo pubblicato una guida sulle etichette nel settore tessile per invitare agli acquisti consapevoli, anche in termini di salvaguardia della salute. Ancora oggi distribuiamo la guida a tutti i cittadini che si rivolgono alle nostre sedi». Il tema della consapevolezza del consumatore non può però essere slegato dalla realtà: «Si fa presto a dire sensibilizzazione – fa notare l’esponente di Adiconsum – il made in Italy bisogna anche permetterselo, e tra bassi salari e miseri assegni degli ammortizzatori sociali i lavoratori non sempre possono fare acquisti consapevoli. Il made in Italy va reso più appetibile, con azioni come la detraibilità fiscale degli acquisti che sostengono le nostre industrie». E se le associazioni possono

affermare di aver fatto la loro parte, le istituzioni, secondo Mentasti, no: «Si fa troppo poco. Le legge Reguzzoni va bene, e noi non possiamo che promuoverla e sostenerla, ma non basta se i soldi che lo Stato italiano mette nella cassa integrazione vanno ad imprese che poi spostano la produzione all’estero. Gli aiuti, e gli incentivi, come stanno facendo in Germania per riportare in patria la produzione delocalizzata, devono essere mirati solo a chi mantiene il lavoro qui».Qualche perplessità «personale» la nutre anche Pietro D’Antone, segretario provinciale della Uilta, il sindacato dei tessili della Uil: «Temo che la forza del marchio prevalga sulla qualità e che una cintura griffata, indipendentemente da dove è stata realizzata, possa “tirare” di più di una etichettata made in Italy o made in Europe. Anche se probabilmente in paesi più sensibili alla nostra qualità, come ad esempio gli Stati Uniti, gli effetti di una maggior tutela potranno farsi sentire». Una posizione che non mette in discussione l’utilità di una battaglia per il riconoscimento del “made in” che anche il mondo sindacale sostiene con convinzione: «Queste iniziative legislative possono aiutare a frenare la crisi del settore, ma servono altre azioni – spiega D’Antone – sono convinto che le nostre aziende, che rispetto al passato hanno già ridotto notevolmente i volumi e la capacità produttiva, debbano fare squadra e fare sistema mettendosi insieme almeno per gestire e abbattere certi costi fissi come quelli energetici e di trasporto, e per avere maggiore capacità contrattuale nei confronti delle banche». Insomma, fissate le regole bisognerà saper affrontare il mercato con più efficacia.

e.romano

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