Roma, 24 ago. (Apcom) – Francesco Cossiga? L’unico politico di
peso a non averli ‘traditi’. Lo ricorda così, raggiunto telefonicamente da Apcom, il generale Paolo Inzerilli, per 12 anni a ‘capo di Gladio, responsabile cioè della branca italiana della struttura di resistenza clandestina Stay Behind che avrebbe dovuto fare fronte a un’eventuale invasione sovietica dell’Europa occidentale. Alle spalle una lunga carriera nelle Forze armate e nei servizi segreti, Inzerilli ha dovuto affrontare una lunga vicenda giudiziaria per il presunto coinvolgimento di Gladio in attività eversive: ne è uscito senza una macchia ma con qualche rancore verso chi in quegli anni prese le distanze da una forza nata solo per “servire lo Stato”.
Vi siete sentiti traditi dagli esponenti politici e di governo
che hanno detto che non sapevano di Gladio? “Direi proprio di
sì”, risponde l’ex capo dei gladiatori. “Doppiamente: è stato
svelato un segreto che riguardava la difesa del Paese, che
oltretutto era concordata in ambito Nato, e tutti i paesi Nato
avevano lo stesso sistema”
Quanto al suo rapporto personale con Francesco Cossiga, il generale Paolo Inzerilli racconta: “I rapporti con lui sono nati quando io ero ancora in servizio, quando è scoppiato il caso. Fui contattato da Cossiga che voleva essere aggiornato su quello che stava succedendo, anche perché doveva essere sentito dal Copaco e anche dalla
commissione stragi”. Un rapporto che è rimasto solido anche negli anni successivi sul piano umano, “sono andato a trovarlo spesso e volentieri a casa, per parlare delle problematiche dei gladiatori e dell’associazione Stay Behind (di cui Inzerilli è presidente onorario, ndr). Fino a pochi giorni fa, sapevo che stava male e chiamavo spesso”.
Cossiga difese sempre la legittimità di Stay Behind e la correttezza dell’operato dei suoi membri, ma la gratitudine dei ‘gladiatori’ è legata soprattutto a quello che il generale chiama “il suo grosso exploit”: l’autodenuncia come ‘complice’ dell’organizzazione. “Quando l’ammiraglio Martini e io fummo indiziati di reato e messi sotto processo lui si autoaccusò, per cui siamo finiti tutti e tre davanti al tribunale dei ministri”.
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