Nel capannone del Varesotto, immerso nell’afa di luglio, una sola cosa non soffocava: il grido delle imprese. Made in Italy, quello vero, quello che ci permette di produrre, di dare il meglio di noi, di tenerci e incoraggiare i nostri dipendenti. Un urlo che ieri è riesploso più che mai alla notizia dell’approvazione del Parlamento europeo: sì all’obbligatorietà dell’etichetta “made in” nel tessile. Meno di dieci mesi sono serviti per la cavalcata che ha condotto a un doppio traguardo: la legge Reguzzoni-Versace in Italia e le norme sul made in, varate ieri a Strasburgo. Una storia che mette quasi in pace con l’Europa, e che è decisamente varesina, dall’inizio alla fine. A Busto Arsizio sono nati i “contadini del tessile” che spinsero il deputato bustocco Marco Reguzzoni a presentare la proposta di legge in difesa del made in Italy. E loro –
gli imprenditori definiti movimento spontaneo ma non certo una meteora – non hanno mollato mai la presa, andando a Roma per monitorare ogni passaggio. Quindi il salto in Europa, con un’altra alleata, Lara Comi. Quando il 5 maggio si era presentata al Congresso mondiale di Chimica tessile a Stresa, l’aveva preannunciato: ho un aereo da prendere, vado a combattere. Devo parlare con i tedeschi, i francesi. E guarda un po’, proprio loro – gli ossi duri – hanno detto ja, oui. «I tedeschi mi hanno dato ragione – annunciava l’europarlamentare del Pdl – Tutti hanno votato». Il segreto? «Per la negoziazione – precisa lei – ho utilizzato le piccole medie imprese. Ed è importante la novità per il consumatore. Il prodotto per essere definito “made in” ora va realizzato per il 50 per cento in Italia».Marilena Lualditutti i servizi sull’edizione di oggi
m.lualdi
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