Dall’orgoglio tigrotto all’angoscia Ma il destino dia retta a Lucia

Dall’orgoglio tigrotto all’angoscia Ma il destino dia retta a Lucia

BUSTO ARSIZIO Qualcuno si è accorto, all’inizio, che questi erano i playout? Busto ha tirato fuori dall’armadio i vestiti migliori, quelli biancoblù. Li ha indossati con immutato orgoglio rispetto all’anno scorso, li ha provati e si è detta, poi ha gridato: non sono cambiata. Ecco i tifosi che hanno curato ogni dettaglio, con la meticolosità di un playoff. Quando è scesa la pioggia biancoblù, quei frammenti di carta facevano bene al cuore. E all’inizio sembrava funzionare. Come poteva venir meno questo incantesimo, quando avevamo un superMario che, oltre a correre con la solita, deliziosa ostinazione, era uno spettacolo ogni volta che toccava la palla? I due gol di Ripa erano il dono tanto meritato per Busto e la Valle, la promessa di restare nella Prima Divisione. Il terzo gol di Pacilli sarebbe stato il fiocco sul pacchetto. Ma non era scritto così. E non abbiamo voglia, forse forza, di capire perché. Ci sono cento ragioni e nessuna, se dobbiamo ripartire da capo. Di più, se domenica dobbiamo pensare a vincere – missione finora impossibile in trasferta – per non compiere quel passo indietro che ci getterebbe nell’inferno della Seconda Divisione. Sappiamo solo che è un maledetto copione che si

è ripetuto per l’intera stagione, e oltre al senso del dovere e alla grinta ci vuole un colpo di fortuna, di quelli potenti. Di quelli che negli ultimi anni non abbiamo avuto mai. Perché non ci eravamo meritati la retrocessione due anni fa, e non ci eravamo meritati di perdere la B lo scorso giugno. Ma non possiamo stare qui a lagnarci. Dobbiamo chiederci se esista una speranza. E ci viene da affermare di sì, finché abbiamo alcuni tigrotti che non si scoraggiano mai. Finché vediamo un Sarno incavolarsi perché viene richiamato in panchina, tanto che se ne va. Finché sappiamo che su quella panchina scalpita un Marci, e magari dietro altri giovani come lui che vogliono avere – o riavere – un’occasione. Finché c’è un bimbo che suderà terribilmente, povero, con la maschera da tigrottino a bordo campo, ma non se la toglie, perché è il suo dovere. Dovere. Finché uscendo, tra i volti depressi, vediamo Lucia, che ha tre fedi calcistiche: Milan, Parma e Pro Patria. Ottimista? No, risponde questa ragazza: «Sono convinta di una cosa, semplicemente: la squadra va sostenuta sempre».Guarda Lucia e gli altri, ascoltali, destino: vuoi essere cieco e sordo, anche stavolta?Marilena Lualdi

m.lualdi

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