Contratti; Csc: Con riforma aumenti di 2.533 euro, Cgil sbaglia

Contratti; Csc: Con riforma aumenti di 2.533 euro, Cgil sbaglia


Roma, 26 gen. (Apcom)
– Con la riforma dei contratti i lavoratori
vedranno aumentare le retribuzioni di 2.533 euronel periodo
2009-2011. A stimarlo è il Centro studi di Confindustria che
punta il dito contro i calcoli della Cgil spiegando: “i calcoli
della Cgil, sono parziali e sono riferiti al passato, mentre il
nuovo modello si applica per il futuro. E inoltre le loro stime
non tengono conto dell’incentivo fiscale e contributivo, che
rende più pesanti gli incrementi concessi a livello aziendale”

Un aumento di 1.031 euro (79 euro lorde al mese) contro la
perdita di 1.350 euro denunciata ieri dalla Cgil. E così se nei
cinque anni presi a riferimento dalla Cgil (2004-2008), le
retribuzioni annuali lorde sarebbero aumentate nel triennio di
1.031 euro grazie alla maggiore produttività che si sarebbe
potuta scambiare in azienda e al fatto che ci sarebbe stata
un’inflazione più bassa (+8,9% con i nuovi calcoli, contro
l’11,4% osservato effettivamente), per quelli futuri (anni
2009-2011) l’aumento sarà ben più consistente: 2.533 euro, di cui
1.218 reali, cioè di maggiore potere d’acquisto (94 euro lordi al
mese). A ciò – osserva Confindustria – si dovrà poi aggiungere
una minore tassazione e una minore contribuzione che faranno
salire di ulteriori 362 euro le buste paga nette. L’inflazione
depurata dell’energia, che è quella che conta per adeguare le
retribuzioni nel nuovo modello, sarà nel prossimo triennio del
5,1% cumulato, leggermente maggiore di quella totale (4,7%): “E
la depurazione va a tutto vantaggio dei lavoratori”.

“Il nuovo modello contrattuale – fa notare il Csc – riduce la spinta sui costi che viene dal contratto nazionale e libera risorse per aumenti legati alla produttività, facendo così crescere il potere d’acquisto delle buste paga, perché i soldi ricevuti dai lavoratori sono al netto dell’inflazione. Quindi, di fatto, difende le retribuzioni

reali meglio del modello precedente, dove si contrattava anche l’inflazione futura, spingendola a salire”. La posizione sostenuta dalla Cgil alla lunga, infine, “può risultare non compatibile con il mantenimento dell’Italia nell’euro, perché trasferisce in maggior costo del lavoro anche l’inflazione energetica importata e fa sì che questa si perpetui nel tempo”, conclude il Csc.

Mlp

MAZ

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