Ripubblichiamo un’intervista rilasciata dal professor Salvatore Furia al nostro quotidiano il 27 novembre 2009
VARESE «Ormai è tardi per mediare, è prioritario difendere il territorio sempre più esposto al rischio di frane e alla carenza d’acqua, anche se questo significa scontrarsi tutti i giorni con chi ha altri interessi». Questa la strada per il futuro della città secondo il professor Salvatore Furia, innamorato di Varese dall’età di 14 anni e che ieri (27 novembre 2009, ndr), al collegio De Filippi ha festeggiato assieme all’Ucid (Unione cristiana imprenditori dirigenti) i suoi 85 anni con la stessa voglia di sempre di affrontare nuove sfide. Tutte tranne una: «Oggi non vorrei mai essere sindaco – ha detto – ci sono scelte difficili da affrontare e spero che avremo amministratori, partiti e governanti meno litigiosi e più attenti al bene comune». Lei che ha visto crescere Varese «dall’alto» negli ultimi settant’anni, trova che sia invecchiata? Sarebbe troppo facile dire che si stava meglio quando eravamo in pochi e con meno auto. Anche se è scomparso tanto verde, non credo che Varese, come città giardino, sia stata troppo maltrattata. Certo, quando sono arrivato qui nel 1940 c’erano 30 mila residenti, oggi siamo il triplo e, a parte pochi industrialoni di allora che avevano l’auto, tutti gli altri si muovevano in bici alle sei del mattino per andare al lavoro. I palazzi più alti erano a due piani e piazza Repubblica era già campagna. Nonostante tutto Varese rimane una perla, ma ora merita di essere amata di più da chi la vive. In quale direzione bisogna muoversi? Il giorno che arrivai era il primo di ottobre e per la prima volta vidi la neve. Lo dico per sottolineare che il clima sta cambiando e mette sempre più in pericolo il nostro territorio per sua natura esposto a frane e smottamenti. Bisogna rafforzare i versanti da subito, e per farlo servono soldi. Bisogna anche abbandonare l’auto perché monitoriamo l’aria dal 1983 e continua a peggiorare. Anche l’acqua va tutelata. A Varese è
sempre stata buona e abbondante, ma i fiumi sotterranei arrivano dalle Alpi e i ghiacciai si stanno sciogliendo, non possiamo consumare altro suolo anche per per permettere all’acqua piovana di raggiungere le falde. Per fare queste cose servono soldi, investimenti, e soprattutto bisogna scontrasi con chi ha altri interessi, contro chi continua a costruire e contro la civiltà del profitto. Da dove devono partire queste iniziative? I varesini si sono sempre mostrati sensibili alla difesa dell’ambiente. Penso ai parchi e anche il centro geofisico è nato anche grazie al sostegno dei cittadini, di alcune famiglie di cultura come gli Zanzi e altre che hanno finanziato opere coordinate da amministratori e sindaci lungimiranti, come Oldrini e Ossola. Una su tutte la battaglia per recuperare il lago di Varese, iniziata negli anni ’70. Era moribondo, ricoperto da una coltre melmosa che emanava un odore così putrido. Dopo una gara di moto nautiche prelevai l’acqua del lago con un’autobotte e poi la versai nella fontana di piazza Monte Grappa perché tutti potessero rendersi conto del disastro. Ora la situazione è nettamente migliorata, anche se la battaglia non è ancora vinta. C’è qualche desiderio che vorrebbe veder realizzato per questo compleanno? Come tutti i mortali vorrei vivere il doppio degli anni che ho. Per il centro geofisico invece vorrei un nuovo telescopio, con diametro di un un metro e venti, cioè il doppio di quello attuale. Sinora abbiamo scoperto 20 nuovi asteroidi e osservato oltre 200 comete, ma sappiamo che questi corpi potrebbero colpire la terra quindi un’osservazione più profonda e precisa è fondamentale. Vorrei anche che i ragazzi del centro, laureati in cui rivedo il mio stesso entusiasmo, continuino nel lavoro divulgativo dell’osservatorio come ponte tra la scienza e la gente sotto ogni profilo, quello sismico, meteorologico, astronomico e anche botanico, continuando il lavoro di recupero delle specie autoctone prealpine come narcisi e peonie che ora popolano di nuovo il Campo dei Fiori. Lidia Romeo
s.bartolini
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