Abbiamo perso ma festeggiamo Noi siamo così

Abbiamo perso
ma festeggiamo
Noi siamo così

Vogliamo dire cos’è mancato? Il lancio in aria dei giocatori. Ecco, non diciamo Dunston, ma almeno un De Nicolao. Persi tra i millecinquecento sul Monte Grappa, la volontà è stata espressa da più parti, ma non tramutata in realtà.

É stato sorprendente vivere l’ora abbondante di bagordi a freno mollato: ci si poteva aspettare qualcosa di bello, di comunicativo dell’abbraccio popolare e, prima in Camera di Commercio, dell’abbraccio più istituzionale, ma pur avendo fatto una stagione super non abbiamo vinto. La verità: è cresciuto dalle fondamenta, arrivando al tetto mese dopo mese, un patrimonio d’inestimabile valore, anche senza ciliegina. Siamo esseri umani e viviamo d’emozioni, per favore conserviamole, non lasciamole scappare.

Se all’urlometro hanno vinto Talts e Sakota, soprattutto Sakota, un motivo c’è: Dusan è colui che veste la carica di rivincita, intima e collettiva, di Varese intera. La comunità sbavava per potersi riunire nel suo Lino Oldrini.

La frase più bella è indubbiamente di Roberto Cimberio: «Vince chi sa dare emozioni alle altre persone». Attilio Fontana segue la rotta: «Mancava questo sentimento. É tornato a galla, è riemerso assieme a un pubblico che non merita uno scudetto, ma dieci. Qui siamo tutti uguali, io sono un tifoso e posso solo inchinarmi dicendo grazie alla Pallacanestro Varese».

Dusan Sakota, sceso di sotto, subisce un assalto totale, generale, la coda per una foto o una firma cresce a torrente alpino. Lui ha il cuore grande, non si nega a nessuno: «Per fortuna adesso sto meglio, grazie anche a questa gente fantastica. L’ultima volta che mi avete visto non ero messo bene…. Ero messo distrutto, in lacrime aggrappato a Bryant Dunston».

Dusan a occhi altissimi: «Vado fiero di quello che abbiamo fatto, nessuno ce lo leverà mai».

Davanti all’uomo del destino incolonnato chi ha avuto Morse come icona, chi Thompson, chi Komazec, chi Pozzecco e chi, giovanissimo, ha loro come primi della specie.

Paolo, anni una quindicina: «Ho pianto tornando a casa dal palazzetto. Io non ho mai vinto… voglio riprovarci subito». Iris ha più o meno cinque candeline, papà la porta in spalla e lei indica Dusan. Canta: «Sakotaaaa… lalalla lallalà…». Teneramente incredibile.

Sono tanti, si muovono a sciami. Edoardo, anni dieci: «Mio fratello ha iniziato a portarmi per Natale, voglio l’abbonamento!».

É l’effetto indimenticabile degl’indimenticabili.

Michele Lo Nero sospira trasparente, segue il mantra: «Una stagione indimenticabile, chiusa in maniera indimenticabile con dei ragazzi indimenticabili». Ha di fianco Renzo Oldani, mister Binda: «Varese ai vertici mi rende orgoglioso, perché lo sport accomuna noi che amiamo sudore e fatica. Cestisti, pallavoliste, calciatori o ciclisti non faccio differenza, non banalizziamo certe emozioni, solo lo sport sa creare questo spettacolo».

Mezzo metro e transita un carichissimo Giancarlo Giorgetti, arriva da un cinque minuti fumo alle orecchie: «A noi piace vincere senza vendere l’anima al diavolo. Ad altri sì, a noi no. Ora basta e godiamoci la felicità di essere tornati».

Un sacco di robe colpiscono, un migliaio chiamano la voglia matta di ricominciare subito, gli occhiali da sole di Andrea De Nicolao sublimano: rossi, portano sulle lenti la scritta “Playoff 2013”.

Voce al razzente mastino padovano: «É bellissimo. Sono emozionato. Poteva andare meglio ma non meglio… è un ultimo saluto stagionale che fa venire voglia». Voglia di Varese, di «tornare per festeggiare la fine dell’anno prossimo… per festeggiare». Ritmo e pensiero: «Ci siamo parlati dopo l’eliminazione, capendo che non rovina quello che abbiamo costruito».

De Nicolao Parte per l’avventura azzurra, «la sperimentale e magari poi la nazionale maggiore», speranzoso e «felice di ritornare in mezzo a questa gente».

Lo aspettiamo. Anzi, vi aspettiamo. Perché il sogno è solo rimandato. Perché Varese si è ritrovata sotto un canestro.

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