I diecimila romagnoli evocano Marco Pantani, che se ne stava defilato in fondo al gruppo ai piedi della salita e poi scattava all’improvviso lanciando il cappellino. E il Cesena, dopo essere scomparso nell’ombra del Varese per tutto il primo tempo, appena ha visto aprirsi un varco ci si è infilato dentro scrollandosi di dosso troppo facilmente i biancorossi. Come un Pirata.
Come il vecchio Marco. E noi a fare la figura di un Tonkov o un Ullrich, pallidi e grigi alla deriva appena abbiamo visto la scia della pelata romagnola abbagliarci da lassù. Quasi vecchi (non d’età) e compassati, appena sorpassati in tromba da Panta-Defrel (il cambio di Bisoli ci ha devastato, così come quello di Ferreira…): brutto segnale.
È la vita: conta l’ultima cosa che fai, più di tutte quelle precedenti. E il Varese l’ha fallita. La mossa di Defrel, più della paperissima di Bastianoni, ha inciso come un bisturi il cuore biancorosso (il portiere molte volte ti salva, come in Coppa Italia, e una ti affossa). Resta la sensazione colpevole d’essere rimasti lì, affondati sulle gambe, alla prima difficoltà. Ma anche quella d’essere arrivati all’esordio senza l’uomo in più, l’attaccante, che avrebbe rovesciato almeno una palla in gol durante un primo tempo di una bellezza struggente. L’attaccante che, nel momento della disperazione, avrebbe almeno alzato la squadra di peso (Pavoletti) o ribaltato l’azione di corsa (De Luca): invece è stato il Cesena a sbagliare un 2-0 che avremmo segnato persino noi a occhi chiusi.
Gol subito casualmente, ma stavamo già imbarcando acqua dal rientro in campo. Strano, perché per un tempo l’imprinting, l’impronta, il marchio era nostro. Avevamo osato e non dosato. Avevamo visto giocare una squadra così, che lascia sul campo un segno, la S di Sottili come fosse la Z di Zorro. Per questo, lo zero
in classifica e un secondo tempo passivo non riescono a nascondere le rughe della maturità, la luce della personalità, i tratti dell’organizzazione visti per metà partita. Sembravano in superiorità numerica, i biancorossi: sbucavano da tutte le parti, stringendosi e allargandosi per costringere i bianconeri a perdere palloni e a fare falli. Un’illusione? Al Modena l’ardua sentenza.
Andrea Confalonieri
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