Ambrosetti cuore biancorosso «Il Varese non retrocede»

«Scusi, ma lei ha giocato nel Chelsea?». La prima domanda per il nuovo direttore sportivo del Varese Gabriele Ambrosetti arriva da un ragazzino che non era ancora nato quando l’ex attaccante militava nel club londinese. L’avventura in biancorosso del dirigente incomincia proprio davanti agli Allievi, sotto la pioggia al Franco Ossola: «Voi avete 12 anni e siete più fortunati di me perché alla vostra età non ero ancora al Varese. Vi chiedo di allenarvi pensando soprattutto a divertirvi, di non trascurare la scuola e di non dire parolacce».

Ragazzi da Champions

Anche presentandosi ai giornalisti Ambrosetti incomincia parlando dei giovani del vivaio: «Incontrarli mi ha emozionato e, guardandoli negli occhi, ho rivisto le speranze che avevo da bambino, quando volevo diventare calciatore. Sono partito dal Gazzada e arrivare al Varese per me era già un grande sogno: l’ho realizzato e più tardi sono riuscito a raggiungere la Champions League, dove vorrei potessero, un giorno, mettere piede questi nostri ragazzi».

Ambrosetti ha gli occhi lucidi e si commuove pensando alle tante persone che gli sono state vicino durante la sua carriera: «Se sono qui lo devo a tutti gli allenatori che mi hanno fatto crescere, da Borghi a Morini, da Scandroglio a Monteverdi: li ho invitati al Franco Ossola, insieme ai miei ex compagni del Varese».

Ambrosetti compirà 40 anni ad agosto, è varesino ed è diventato giocatore vestendo proprio la maglia biancorossa, all’inizio degli anni Novanta. Quando ha smesso con il calcio, ha fatto di tutto per indossare i panni del dirigente: «Prima del corso da d.s. a Coverciano – dice – ho lavorato in un’azienda per 12 ore al giorno, partendo dal gradino più basso, facendo le fotocopie. Sono stato osservatore e direttore al Vicenza e quest’anno ho percorso 70.000 chilometri in auto per andare a vedere le partite e seguire i giocatori».

Tenacia, grinta e volontà di raggiungere grandi obiettivi si sposano a umiltà e desiderio di crescere: «Sono giovane e so che commetterò errori – continua Ambrosetti – ma, come mi hanno insegnato i miei genitori, l’errore è il primo margine di miglioramento. Sono molto emozionato perché mi trovo nella squadra per cui faccio il tifo e che mi ha fatto diventare giocatore. Il destino o, per citare José Mourinho, «il culo», mi hanno portato a lavorare nel Varese, il club della mia città: anche per questo sono molto determinato, motivato e desideroso di arrivare in alto». Il nuovo direttore rivendica con forza il ruolo appena assunto: «Non permetterò a nessuno di invadere le mie competenze. Nessun procuratore mi potrà mai convincere a prendere un giocatore che io non conosco, ammesso che ci sia in giro un giocatore che non conosco, perché il mio compito è anche quello di informarmi, tenere d’occhio e sapere tutto del mondo del calcio».

Le ultime tre sconfitte consecutive hanno avvicinato ai playout il Varese ma Lele Ambrosetti, che ha collezionato 50 presenze in biancorosso, dal 1990 al 1993, segnando 11 gol, non ha paura. Sentendo la parola retrocessione, tuona con fermezza poche parole rassicuranti: «No, quest’anno noi non retrocediamo».

Ambrosetti è sicuro di quello che dice come è sicuro che, sabato, la squadra di Stefano Sottili disputerà una grande partita al Piercesare Tombolato, dove è in programma lo scontro diretto con il Cittadella, a meno quattro: «Siamo pronti per conquistare un grande risultato in questa trasferta importante».

Ma perché questa stagione è stata così avara di soddisfazioni per il Varese? Ambrosetti risponde sposando ancora autorevolezza a sicurezza: «Non è il momento di parlare ma servono i fatti. I ragazzi devono pensare solo a correre e a dare battaglia. Cominciamo a salvarci e poi programmeremo il futuro».

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