Un altro “segno meno” per il Pil: l’Italia è tecnicamente in recessione. E le imprese varesine bocciano Renzi e la sua manovra degli 80 euro: «Serve ben altro per far ripartire l’economia».
La doccia gelata di ieri dell’Istat è arrivata appena dopo il “siluro” del presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sull’effetto «invisibile» degli 80 euro in busta paga. «Eppure lo dicevamo da un po’ che la ripresa non arrivava» fa notare Giorgio Angelucci, presidente provinciale di Uniascom.
Il mondo produttivo varesino se l’aspettava, questa ennesima frenata. Ora chiede provvedimenti choc, per rilanciare l’economia che non torna a crescere.
«A chiacchiere non riparte nulla, solo se si creano le condizioni per produrre ci possono essere prospettive» ammette Renato Scapolan, presidente della Camera di Commercio di Varese. «La frenata del Pil era abbastanza prevedibile, perché fino a quando non si consente alla subfornitura, che è lo zoccolo duro del nostro sistema produttivo, di essere concorrenziale con gli altri Paesi europei, la produzione qui non riprenderà».
Scapolan batte su un aspetto che per lui è decisivo, quello dei «costi dell’energia, elettricità e gas», tanto più se si considera che il Governo detiene la golden share sul principale player del mercato, Enel. «I margini per intervenire ci sarebbero, ma siccome le imprese sono un bel pollo da spennare non si osa – rimarca il numero uno della Camera di Commercio – allo stesso modo le iniziative per la semplificazione potrebbero essere estese anche ai sistemi produttivi. Al premier dico una cosa: non ha bisogno di ascoltare le ricette dei soliti “soloni” dell’economia, si confronti con gli imprenditori e le associazioni di categoria. Prima che, promettendo soldi a destra e a manca, non si trovi a dover mettere in atto una manovra da 50 miliardi che metterebbe in ginocchio il Paese».
Già, le ricette: quelle finora attuate non hanno prodotto risultati. «Renzi dice che il calo del Pil non è un problema – sottolinea Giorgio Merletti, presidente nazionale di Confartigianato – ma il Paese siamo noi, e per noi è un problema serio. La ricetta? È sempre la stessa: meno debito, meno spesa pubblica, meno tasse per le imprese».
Solo così si può produrre quello shock all’economia che serve per rimetterla in carreggiata. «Gli 80 euro? Forse sarebbero stati più utili se fossero stati destinati alla riduzione del costo del lavoro – secondo Merletti – ma un’altra misura che avrebbe potuto produrre un vero shock, ben più importante e significativo di quello degli 80 euro in busta paga, sarebbe stata la restituzione dei 100 miliardi di debiti della pubblica amministrazione alle imprese. In Europa, Tajani e Rehn erano d’accordo, non si capisce come mai non si sia potuta attuare».
Del resto, anche sul territorio la manovra degli 80 euro ha prodotto «effetti limitati», come fa sapere il presidente di Uniascom Giorgio Angelucci. «Ha determinato più che altro un ritorno di fiducia e di speranza, almeno nella fase iniziale. Poi però quando gli 80 euro si sono palesati in busta paga, l’impressione è che siano serviti soprattutto per pagare le bollette o tutte quelle altre tasse, dall’Imu alla Tasi, le cui scadenze si sono quasi sovrapposte».
Insomma, anche per i commercianti, «pur sapendo che un 4 o 5% in più ai nostri dipendenti, che per ora abbiamo garantito noi, non avrebbe potuto fare miracoli, per smuovere i consumi ci vuole ben altro». Quello che ribadisce Franco Colombo, presidente di Confapi: «È indispensabile ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese, per aumentare il reddito disponibile delle persone e riequilibrare la tassazione sui fattori produttivi».
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