Roma, 28 set. (Apcom) – Sakineh vittima di una lotta interna per il potere. E’ quanto emerge dalle parole contraddittorie e dalla confusione che stanno caratterizzando da tempo, e soprattutto nelle ultime ore, la storia della donna iraniana condannata alla lapidazione per adulterio e concorso in omicidio del marito, il cui caso sarebbe sotto riesame. Per gli oppositori, nessun vero riesame sarebbe mai cominciato, nessuna condanna sospesa: si tratterebbe solo di propaganda giocata sulla pelle di Sakineh, che senza l’interessamento dell’Occidente sarebbe già morta.
A ripeterlo ad Apcom è Ahmad Fatemi, attivista iraniano del Comitato internazionale contro la pena di morte e la lapidazione. “Non c’è nulla di nuovo. L’autorità giudiziaria ha ripetuto cose già dette (Sakineh condannata a morte per omicidio e adulterio, con la pena all’impiccagione per il primo reato che prevale sulla pena alla lapidazione per il secondo) solo che è il momento in cui ha scelto di farlo che sottolinea la volontà di contraddire il presidente Ahmadinejad e di screditarlo. Ricordate che a New York aveva detto che non c’era nessuna condanna alla lapidazione?” ha dichiarato Fatemi.
“Il Majlis (il parlamento iraniano) sta combattendo Ahmadinejad, con cui è in disaccordo quasi su tutto, tranne che sulla repressione. E le autorità giudiziarie sostengono coloro che stanno lottando per il potere contro il presidente”. C’è però un pericolo: “Allo stesso tempo, stanno preparando il terreno per eseguire la condanna di Sakineh. Per questo dobbiamo lavorare sempre di più per la sua salvezza” ha aggiunto. (segue)
Pca
© riproduzione riservata










