Basket, è il gran giorno del derby Cantù favorita ma Varese può tutto

VARESE Andare a vedere l’ultimo allenamento prima di una partita come questa è necessario e salutare: si scrutano le facce, si interpretano gli sguardi, si toccano con mano le condizioni della squadra.

Ieri mattina la famiglia biancorossa si è trovata per due ore di lavoro in vista del derby: famiglia, perché in campo c’erano i giocatori con gli allenatori, sulle panchine c’erano Vescovi, Lo Nero e Stefano Coppa, e in giro per i parterre scorrazzavano rumorosamente cinque o sei bambini. Bello. E ci viene da sorridere pensando a tutti quegli allenatori che sono soliti imporre gli allenamenti a porte chiuse, a quelli che venuti a Varese si sono stupiti dell’abitudine che c’è da queste parti di fare tutto alla luce del sole, di rendere ogni giornata una piccola festa, di ribadire che la Pallacanestro Varese è un bene di proprietà della città.

E allora ci piace presentare la partita che sarà partendo da quello che abbiamo visto e intuito. Kangur e Goss che si trattengono per venti minuti dopo la fine dell’allenamento per una serie di gare a chi la infila da metà campo (vinto Goss). Recalcati che si siede al tavolo per spulciare i quotidiani dalla mazzetta portata dal fido Davide Minazzi. Diawara che esce con le ginocchia fasciate dalle borse del ghiaccio e scherza con i tifosi presenti: “Ciao ragazzi, ci vediamo lunedì”.

Ganeto che ci viene a cercare per dire che ha comprato due copie della “Provincia” di mercoledì con la sua intervista: “Una per me, e una per la nonna”. Piccoli scampoli di serenità: roba che conta alla vigilia di un derby e soprattutto nel momento in cui si affrontano i quindici giorni che decideranno la stagione.

Ai cugini che affronteremo stasera invidiamo un sacco di cose (qualche giocatore, la loro Eurolega, le finali scudetto) e tra un paio d’anni magari gli invidieremo anche il palazzetto. Ma l’atmosfera respirata ieri mattina, quella c’è solo a Varese: e ad invidiarcela, sono gli altri.

Tutto bello, tutto giusto. Però c’è una partita da giocare: e che partita. Perché si dica quel che si vuole, ma affrontare Cantù non è mai una cosa normale. Nella storia delle sfide tra le due società si è vissuto di cicli nei quali Varese e Cantù si sono palleggiate la palma di squadra più forte. Più numerosi, lunghi e vincenti quelli di Varese (mica lo diciamo noi, parlano i numeri): adesso la palla è nelle mani dei brianzoli.
Da qualche anno i cugini sono stati capaci di mettere in piedi un progetto importante: prima retto dalla bravura di chi sapeva scovare campioncini sconosciuti e poco prezzo, ora supportato anche dai soldi e da un budget di fascia alta.

Cantù è una signora squadra che gioca dannatamente bene, e finora non ha vinto nulla perché ha avuto la sfiga di trovarsi sempre davanti uno schiacciasassi colorato di biancoverde. Varese sta provando a mettersi nelle condizioni di riprendere in mano lo scettro di “regina delle provinciali”. Quella di stasera sarà soltanto una puntata, meravigliosa, della storia scritta da due società che orgogliosamente hanno resistito alle difficoltà dei tempi.

Intanto, Varese vive sballottata nel dubbio:rischiare un acciaccato Rannikko in una partita sulla carta proibitiva, oppure schierare Weeden per risparmiare il capitano in vista delle sfide che la Cimberio dovrà vincere? Il cuore direbbe, deciso: rischiare. Perché il cuore se ne frega dei calcoli e pensa che il derby sia davvero una sfida a sé, da provare a vincere anche se si gioca un’amichevole, da onorare schierando sempre la formazione migliore.

La testa e la ragione rispondono che no, Rannikko va risparmiato e tenuto come un gioiello prezioso: servirà più avanti, servirà nei playoff. Quindi? Quindi, Recalcati è uomo abituato a ragionare con la testa: Rannikko starà in tribuna, giocherà Weeden. Probabilmente è giusto così e poi, che diamine, questo Weeden una partita buona la dovrà pur fare prima o poi.

Francesco Caielli

a.confalonieri

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