Basso ha pagato e paga ancora Ma i ciclisti e i big spagnoli?

VARESE C’era davvero bisogno di altro male, di altri titoloni, di altri mostri sbattuti in prima pagina? C’era davvero bisogno di questa nuova campagna, arrivata puntuale a cancellare tutto quello che il ciclismo si è guadagnato in termini di credibilità e pulizia? Evidentemente, sì.
Il primo sasso nello stagno è stato lanciato dall’anteprima della Gazzetta, che ha tolto il velo tra i rapporti (ancora presunti) tra Mario Cipollini e il famigerato Eufemiano Fuentes.

Il nemico è morto e sepolto
Il secondo sasso è arrivato dopo le dichiarazioni di Basso, chiamato a testimoniare nel processo relativo all’Operacion Puerto in corso a Madrid, che nella sua deposizione si sarebbe contraddetto sulle tempistiche del rapporto con il medico spagnolo – datato non solo 2005, ma risalente al 2003: questa è l’accusa – rispetto a quanto dichiarato al Coni nel processo che ha portato alla squalifica di due anni (nei prossimi giorni vedremo se il Coni deciderà di aprire un nuovo fascicolo o se non farà nulla).

Ivan non ha bisogno di difensori, e se dovesse averne bisogno non toccherebbe certo a noi. Ci limitiamo a dire quello che pensiamo, come sempre. Primo: il tiro al bersaglio a cui stiamo assistendo è un accanirsi nei confronti di un nemico già morto e sepolto. Un attacco inutile e feroce a ciclismo che non c’è più, un passato di

errori dal quale questo sport sta cercando di uscire con mille difficoltà. Secondo. Se c’è un corridore che ha pagato per i suoi sbagli, che ha ammesso davanti al mondo le sue difficoltà, che si è messo a nudo raccontando e raccontandosi, quel corridore si chiama Ivan Basso. Mentre altri hanno continuato a correre e pontificare, dall’alto del loro sangue frullato.

Perché solo italiani?
Terzo. Se il doping è un problema mondiale, non capiamo come mai i fari dell’opinione pubblica continuino a puntarsi sui ciclisti italiani: e ci viene il sospetto che tutto questo casino serva soltanto a distogliere l’attenzione da quella fetta di Operacion Puerto che vuole essere tenuta nascosta. Quella fetta che «se parlo io – sono parole di Fuentes – lo sport spagnolo trema», quella fetta che nessuno sembra voler conoscere per paura di scoprire cose (nomi) troppo grosse.

Quarto, e ultimo. Non giustifichiamo i ciclisti che hanno sbagliato, così come in passato non abbiamo giustificato Ivan Basso: andate a rileggervi gli articoli dell’epoca. Però abbiamo ascoltato Ivan, gli siamo stati vicini, lo abbiamo conosciuto e accompagnato negli anni della rinascita: siamo stati con lui nei suoi allenamenti massacranti e lo abbiamo abbracciato nelle delusioni. Ivan, oggi, è questo e nient’altro: un uomo sereno, un ciclista pulito. Per fortuna che la gente della strada lo sa.

Francesco Caielli

a.confalonieri

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