VARESE Quando sabato, all’arrivo del Trofeo Laigueglia, l’altoparlante ha gracchiato la frase “Ha vinto Moser” a tutti è parso di essere tornati indietro di quasi trent’anni. Ma è stato solo per un attimo: giusto il tempo di scrollarsi via i ricordi e di riconoscere quel ragazzo a braccia alzate. Commozione vera negli occhi, faccia pulita e vittoria di classe: ecco Moreno Moser, classe 1990 e nipote dell’immenso Francesco, al primo anno tra i professionisti con la
Liquigas. E quindi compagno del nostro Ivan Basso che, sulle strade del Laigueglia, era di fianco a lui per accompagnarlo verso il primo successo della carriera. «Moreno – racconta Ivan – ha già dimostrato di essere molto avanti per la sua età: è un ragazzo serio e maturo, e non sono certo io il primo a dire che avrà un grandissimo futuro. Ed è bellissimo che, con lui, si perpetui il mito della famiglia Moser».
Già: Basso, da bambino, era un tifoso accanito dello zio di Moreno. «L’ho raccontato nel mio libro – dice il cassanese – ho spiegato come nelle mie primissime pedalate cercassi di imitare il grande Francesco che vedevo in tv. E quando nel 1984 Moser vinse il Giro battendo Fignon nella crono di Verona, convinsi i miei genitori ad accompagnarmi all’Arena perché volevo vederlo a tutti i costi. È bello vedere che ora, in squadra con me, ci sia suo nipote: è uno di quegli incastri meravigliosi che a volte la vita regala».
E nella vittoria del giovane Moser, arrivata con uno scatto perentorio a tre chilometri dal traguardo, c’è anche la mano di Basso: «Lui – racconta – stava bene e noi della Liquigas sapevamo che avrebbe potuto provare a vincere. Eravamo in gruppo e a un certo punto l’ho visto mettersi davanti e l’ho subito richiamato: “Ma dove vai?”. Lui mi ha risposto che voleva
lavorare per me, per il suo capitano: che gli avevano insegnato così. Allora io gli ho detto che in Liquigas non funziona in questo modo: qui da noi tutti lavorano per chi sta meglio, per chi può vincere. E mi sono messo davanti. So che, magari tra qualche mese, si ricorderà di questo episodio e non si tirerà indietro se dovrà lavorare per me».
Anche questo, significa amare il ciclismo: «Credo – dice Ivan – che io abbia il dovere di lasciare qualcosa di mio ai più giovani, a quelli che iniziano a correre: io da ragazzino ascoltavo a bocca aperta i consigli dei grandi campioni che mi volevano regalare un po’ della loro esperienza. Mi piace fare lo stesso: perché lo ritengo giusto, e perché me lo chiede la squadra. Credo che quando smetterò di correre continuerò ad avere un ruolo in Liquigas, e mi verrà chiesto di mettere la mia esperienza a servizio dei giovani: lo faccio già».
Moreno Moser può stare tranquillo: dalla sua ha una grande squadra, una famiglia che respira ciclismo, un campione come Basso, e la testa giusta per andare lontano. Lo conferma Michele De Grandi, medico varesino del GiroBio che lo scorso anno vide Moser tra i protagonisti: «Si vedeva – racconta – che era diverso dagli altri: una differenza di testa e di mentalità, una differenza nel modo di correre. Era chiaro a tutti, sentendolo parlare, che sarebbe andato lontano».
Francesco Caielli
a.confalonieri
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