Busto, la tragedia di via Repubblica: "Con la mamma in casa non sarebbe successo"

Busto Arsizio Riposa sotto l’effetto dei calmanti la madre di Rinaldo Gallazzi, ricoverata nel reparto di ortopedia di Cuggiono dopo uno scivolone sul ghiaccio che le ha rotto un femore. Riposa dopo che intorno alle 18 dell’altro ieri alcuni familiari, accompagnati dai carabinieri, l’hanno raggiunta per dirle cosa era accaduto: «Certo non volevamo lo venisse a sapere dai giornali – spiega una nipote – Siamo stati costretti a parlarle». A spiegare ad una donna di 80 anni che Bruno e Rinaldo Gallazzi, padre e figlio, non c’erano più. Lunedì verrà affidato l’incarico per l’autopsia, i funerali martedì o mercoledì.

Sull’accaduto, sull’accoltellamento di Bruno da parte di Rinaldo e sul suicidio di quest’ultimo, è stato taciuto alla donna il più possibile. «Volevamo risparmiarle un poco di dolore», spiega la nipote. «I medici ci hanno aiutato in questo, le sono stati accanto: era sotto choc e tutti abbiamo temuto per la sua salute. Adesso dorme». Schermata dai parenti e dalle infermiere che schermano ogni giornalista che si avventura in reparto: ed è molto meglio così. Casa Gallazzi, in via Repubblica civico 15, ieri pareva uno spettro: le tapparelle ancora abbassate, i nastri dei carabinieri penzolanti e sporcati dal traffico: «Qui viveva una bella famiglia», sintetizza un vicino. E l’immagine è eloquente. I familiari, che risiedono in zona, mostrano del risentimento: «Perché tanto clamore? Perché tanto interesse per una tragedia personale?». Il punto è che tutti hanno istantaneamente pensato che quella caduta sul ghiaccio ha salvato la vita alla madre ottantenne di Rinaldo: il dubbio che non l’avrebbe risparmiata è concreto. «Questo non è vero – spiega una cugina – Se non fossero rimasti soli non sarebbe accaduto nulla. Maledetto il ghiaccio, maledetto quell’incidente. Mia cugina è una donna forte, estremamente energica e arzilla: faceva girare la casa come un orologio, accudiva il marito malato 24 ore al giorno e ha cresciuto Rinaldo con amore. Dandogli dei valori».

Un perno portante venuto a mancare nella struttura familiare: forse questo ha prostrato Rinaldo sino alle estreme conseguenze. «Noi ancora non ci crediamo – spiega la cugina – Non è possibile che una persona cambi in un istante: un uomo gentile, gran lavoratore, tranquillo e affezionato ai genitori non può aver fatto questo. Ma poi non c’era stato un segnale: non è che Rinaldo avesse dei problemi o avesse avuto dei crolli in passato». Nessun tentativo di suicidio, nessuna manifestazione dei sintomi di una depressione, nessun disagio palesato nel dover accudire i genitori: al massimo preoccupazione per

la loro salute e il loro diventare anziani. E questo è un pensiero intriso d’amore, non certo di volontà omicida. «Per questo noi non ci crediamo – spiega la cugina – I matti fanno queste cose, non certo gli uomini perbene come Rinaldo. Non soltanto è inconcepibile, ma anzi inaccettabile. E se la madre fosse stata in casa non soltanto non l’avrebbe uccisa, non avrebbe fatto nulla: tutto sarebbe continuato come prima. Se quel ghiaccio maledetto si fosse sciolto, oggi noi non saremmo qui bersagliati da fotografi e telecamere. E Rinaldo e Bruno sarebbero ancora vivi». Simona Carnaghi

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f.artina

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