Calcio, il Mondiale del Varese negli occhi di Leonardo

In un Mondiale, ti accorgi prima che arriverai a giocarti la finale. Non dai successi ma dai momenti: una parata del tuo portiere, un gol a tempo scaduto, una frase dell’allenatore, un gesto dei tifosi (indimenticabili, quegli applausi scroscianti dopo il rovescio col Bari). Quando è tutto scritto, qualcosa si fa leggere in anticipo. E arriva un segnale, come al fischio finale di ieri. Mentre

il Varese esce dal campo sentendo il profumo del mare senza averlo visto, i pochi spettatori di casa e i loro giocatori esultano come se avessero vinto: «Altri cinque minuti e questi ci fanno gol», avranno pensato. Questi siamo noi, facciamo paura e costringiamo il Sassuolo a festeggiare lo 0-0 come se fosse la quindicesima in classifica che ferma la prima della classe. Cioè, il Varese.

E che Varese: scorza dura, piglio da marines, quel colpo secco alla nuca nel momento del giudizio (Nadarevic tira troppo bene e gliela deviano sulla traversa), giocatori di personalità in ogni reparto – Bressan, Troest, Kurtic, Neto, Zecchin, Granoche – e poi la capacità di eseguire l’ordine impartito dal generalissimo Maran. Che era questo: scuotiamo l’albero con scatti feroci, senza strangolarlo, tenendoci sempre le mani sopra. L’albero è il gioco, lo spirito, l’essenza della partitissima. La personalità biancorossa, fatta anche dal piacere dell’attesa, ha quasi soggiogato la squadra di Pea (più impaurita, fragile e quasi inadeguata a un match di vertice), lasciando un’impronta e un sospetto: sul Sassuolo, sul campionato, sul futuro, su noi stessi.

È scattato qualcosa, come nelle tappe di montagna del ciclismo, quando restano in cinque o sei a giocarsi il Giro o il Tour: il Varese si è alzato sui pedali, partendo dal fondo del gruppetto come faceva il Pirata, ed è arrivato in testa. Ha inquadrato la cima e, senza voltarsi, seguendo un istinto che hai o non avrai mai, s’è detto: «Vado, sono il più forte».

Se questa dimensione sarà più grande di noi, faremo uno o due punti nelle prossime due gare casalinghe (Vicenza ed Empoli). Se invece è la nostra realtà, ne prendiamo sei. Quelle facce torve, quella rabbia malcelata, quella fame e quella sete con cui il generale e la sua truppa hanno accolto il pareggio, secondo noi volevano dire: «Adesso torniamo a casa nostra e mettiamo sotto chiunque». La bandana è gettata, il Pirata biancorosso non si nasconde.

Abbiamo aspettato come una sentenza la risposta a questa domanda: e se Corti s’infortuna? È successo, e Kurtic si è preso il Varese. Finché non senti tutto il peso della squadra su di te, non puoi davvero sapere quanto sei forte e grande: da ieri, Jasmin lo sa.

Peccato non avere vinto. Non per classifica (il Padova non ha la nostra mentalità, il Pescara non ha la nostra personalità, il Brescia non ha né l’una né l’altra), ma per Pettinari: da mercoledì sarà in ospedale, la tachicardia è una brutta bestia e va presa con le pinze. Il Varese è una famiglia: non avrà pace, e non smetterà più di vincere, finché non avrà tolto la paura dagli occhi di Leonardo.

Andrea Confalonieri

s.affolti

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