VARESE Parlare con Maran è bello perché è sempre capace di spiazzare e sorprendere. Di buttarti lì una risposta che sembra uscita quasi per caso, che assomiglia a una frase come tante e che invece colpisce come un diretto in faccia. Bum. Un esempio? Si chiacchiera per presentare la partita di venerdì sera tra il suo presente e
il suo passato, gli si domanda quale sia la prima cosa che gli viene in mente quando pensa a Vicenza. E lui, senza pensarci: «È la prima squadra che ho incontrato con il Varese». Bum: due anni intensi passati in Veneto diventano nulla per uno come Maran, testa e cuore nel Varese e il resto non esiste più.
Una settimana fa, parlando della partita di venerdì, aveva detto: dobbiamo vincerla tutti insieme, voglio lo stadio pieno. Perché quell’appello?
Perché da qui alla fine del campionato abbiamo quattordici finali: dopo questa sosta, non ci si ferma più. E se vogliamo continuare a fare quello che stiamo facendo, dobbiamo convogliare le energie di tutti.
Con quel tutti, cosa intende?
Intendo tutti. Chi porta un bicchiere d’acqua, chi ne porta un secchio, chi un barile: tutti sono utili alla causa, e alla fine vediamo quant’acqua abbiamo raccolto.
Nei giorni scorsi, parlando del pubblico di Varese, l’ha definito «dal sapore antico». Che significa?
Che quel calore, quella vicinanza, quell’affetto sono qualcosa di vero, di spontaneo, di sentito. Il bagaglio del tifoso del Varese è diverso da quello di qualsiasi altro tifoso. È casereccio, è nostrano, è sano. Ed è antico, perché le sensazioni che provo qui sono quelle che, raccontano, si provavano nel calcio di una volta.
Da dove arriva questa genuinità?
Io sono qui da pochi mesi e non posso fare altro che sentirla, annusarla, farla mia. Da dove viene, me lo dovete dire voi: anche se il fatto di essere partiti tutti quanti dall’Eccellenza solo qualche anno fa può essere una spiegazione molto valida.
A Vicenza tutti i tifosi portano Maran nel cuore: ce l’hanno detto. Secondo lei, perché?
Sono stati due anni di battaglie e sogni. Il finale è stato un po’ amaro, perché abbiamo sfiorato il cielo con un dito e poi siamo tornati con i piedi per terra: ma i vicentini hanno un cuore grande.
Se vince domani, come festeggia?
Un brindisi insieme a tutti quelli che mi sono vicino in questa avventura, e idealmente brinderò con tutti i tifosi.
Che bottiglia sceglierà?
So che mancherò di rispetto ai puristi del vino e ai meravigliosi rossi che abbiamo in Italia, ma credo che mi butterò su una buona bottiglia di Franciacorta. Bianco, bollicine.
I tifosi la adorano, li ha ufficialmente conquistati: ma lo sa che questa gente non regala mai il suo affetto?
Lo so, e torniamo al discorso di prima: sono orgoglioso di essere amato da Varese perché so che Varese non si innamora facilmente, non si innamora per finta. Mi sveglio tutte le mattine con una sensazione bellissima, e vado a fare il mio lavoro con motivazioni nuove e grande entusiasmo.
Bof e Caccianiga, intervistati sul nostro giornale: a parlare di bambini e disabili allo stadio e a dire che Varese è un’isola felice. Bello, no?
Questo è un posto particolare, che mi ricorda un po’ quei paesini di montagna che non sono solo dei paesi: sono delle comunità, delle famiglie allargate dove tutti si conoscono e dove non è necessario chiedere aiuto perché aiutarsi è normale. Dove si esce di casa e si lascia la porta aperta, dove a tavola c’è sempre posto per un ospite improvvisato, dove c’è serenità.
Due partite in fila a Masnago, per riprendere subito a correre: come le affrontiamo?
Lo sapete già: una alla volta. Adesso c’è il Vicenza, è qui dietro l’angolo ed è naturale pensare solo a questa partita: voglio che i miei giocatori pensino solo a venerdì sera, e voglio che lo facciano anche tutti i tifosi. È il modo migliore per provare a vincere.
Ci parli dei suoi ragazzi. È scattata, in vista della partita di venerdì, quella scintilla che rende questo Varese la squadra più forte del mondo?
Da qualche tempo, secondo me, stiamo dimostrando che questa scintilla c’è e scatta ogni volta: forse, ce l’abbiamo dentro. E più che una scintilla, ormai, è un fuoco che brucia. Attenzione, però: questo fuoco va alimentato tutti i giorni, e non bisogna mai dare per scontato il fatto che ci sia. Sarebbe imperdonabile lasciare che si spenga proprio ora, proprio sul più bello.
Francesco Caielli
s.affolti
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