VARESE Cinque punti sul Padova, due partite alla fine, il confronto diretto favorevole. I playoff sono solo una questione aritmetica, diciamolo senza paura della scaramanzia. Diciamolo perché questo Varese è in forma, sta addirittura crescendo, può arrivare al top del rendimento proprio durante gli spareggi.
Visti Pucino e Kurtic straripanti di condizione, visto Grillo in brillantezza d’incursore, visto Neto fare con una gamba sola quello che ad altri non riesce neppure con due, visto Rivas divagare splendidamente anarchico. Vista, insomma, una squadra in salute, memorizzata tatticamente, capace d’usare pazienza. Anche d’illudere gli avversari: li lascia sfogare, gli dà l’impressione che possano impadronirsi della partita, e poi li colpisce con la freddezza. Con la precisione. Con la classe. La classe di Neto e Rivas, la classe di Zecchin, la classe anche di chi non ne dispone in abbondanza e però l’estrae dalla cassetta di risparmio quand’è il momento di saldare il conto.
Siamo vicini alla meta, dunque. Non la meta che ci s’immaginava all’inizio del campionato. Perciò una meta straordinaria. L’obiettivo salvezza è diventato l’obiettivo playoff, e tra poco l’obiettivo playoff diventerà l’obiettivo promozione. Quasi un miracolo. Anzi, di sicuro un miracolo sportivo: sarà bene non scordarcene, comunque vada.
Via il general manager, via l’allenatore, via tre quarti di squadra, via perfino la fiducia d’una quota della tifoseria: siamo partiti così. E guardate dove siamo arrivati. Se non fossimo il Varese, se non fossimo Varese, avremmo guadagnato da tempo titoloni mediatici, splendori d’articolesse, uheggiamenti di meraviglia. Ma la provincia non tira come la cittadona, ha irrilevante mercato, guadagna la ribalta solo quando riesce a fare l’incasso impossibile. Il nostro è vicino ad essere un incasso impossibile: come diversamente definire la serie A?
C’è un un pregio in più, in quest’avventura e in quest’impresa. C’è l’affermazione d’un marchio. C’è la seduttività d’un brand, come dicono i pubblicitari. Varese come firma di prestigio del football. Varese come azienda pedatoria di nicchia. Varese come must dell’artigianato pallonaro. Il brand, quand’è vincente, sopravvive a qualunque cambiamento d’uomini: è più forte d’ogni presunta debolezza. È quanto ci sta capitando. Non solo: il brand incontra popolarità senza incontrare costi. Anzi, la società aumenta di valore mentre combina affari nelle operazioni di compravendita dei calciatori. Bisogna riconoscere a questa società così piccola, e periferica, e all’ombra dei riflettori, d’essere d’una grandezza (d’una luminosità) sorprendente.
Max Lodi
s.affolti
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