Un secondo tempo magistrale: gol, assist, palla al piede e testa alta. A Reggio Calabria, nel novero del favoloso (per i biancorossi) 4-3 che ha premiato il Varese, si è visto Caetano Calil. Finalmente. In estate era il nome di punta del mercato, poi il vuoto. Poco spazio con Sottili, men che meno con Gautieri. Almeno fino a Pescara due settimane: lì la prima piccola sterzata, sabato a Reggio il segno è stato ben più tangibile. Una gara che può cambiare una storia.
Sono stati, gli ultimi, due mesi davvero difficili. Non avevo mai un’opportunità vera. La mia fortuna è stata, credo, di essermi sempre allenato a testa bassa, arrivando al campo sempre a testa alta, sereno, convinto che il mio momento sarebbe arrivato. Spero che continui così.
L’ambiente è bellissimo, in questa squadra si sta bene. Solo, non ho potuto dare tutto quel contavo di poter dare. Io l’esterno non l’ho proprio mai fatto in vita mia; mezz’ala sì, trequartista pure, finto centravanti anche. L’ala mai.
Non poter fare quel che facevo prima, il Calil di Crotone. Cioè: gol ed essere sempre protagonista. Giocare in posizioni diverse dalla propria ti toglie brillantezza anche sul piano fisico.
Non ho mai mollato. Ci sono state due settimane in cui non mi allenavo neanche nel gruppo. Non per infortunio, ma perché ero completamente fuori dai piani del mister, che fa giocare un calcio che non si sposa con le mie caratteristiche. Ma se uno lavora a testa alta, è quel che penso, poi la tua chance arriva.
Ringrazio la mia famiglia. Non è facile vivere con uno che torna dal campo più o meno sempre arrabbiato.
L’ho saputo venerdì da Michele (Marocco, addetto stampa del Varese). Non mi aveva avvertito.
Era una cosa che non aveva mai fatto prima. L’ho chiamato è gli ho chiesto «papà, davvero hai fatto questo?». Lui mi ha spiazzato: «Certo – mi ha risposto -, ma non l’ho fatto da padre. L’ho fatto da tifoso del Varese e di Calil; io so come sai giocare e come puoi aiutare la squadra. Ho fatto un discorso tecnico, non da padre».
La squadra ha fiducia nel mister, è con lui ed è serena. Non ci si deve scordare delle difficoltà che si incontrano quando si cambia modo di giocare. Ma ne stiamo venendo fuori e la squadra è cosciente del fatto che siamo in crescendo.
Le prossime cinque partite ci diranno qual è il destino del Varese. O ingraniamo e si va verso i playoff, o dovremo lottare fino all’ultimo secondo per salvarci. Io propendo per la prima, lo ritengo possibile, perché la squadra è in crescita.
Un giocatore è felice quando sente la fiducia del mister, quando si sente nel vivo. E un giocatore felice rende di più. Io voglio essere felice, perché sono venuto al Varese per portarlo ai playoff.
Non faccio promesse, il calcio ti cambia la vita in un minuto. Ho una speranza: poter aiutare il Varese ad arrivare ai playoff.
Lei che è brasiliano, ci dica che cos’è la saudade.
Saudade è mancanza. A me non mancava il Brasile, sono abituato ad essere lontano. La mia era saudade del campo.
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