Il concetto, il sentimento che anima oggi ogni suo pensiero è lo stesso che lo portò, mezzo secolo fa, a diventare quel personaggio che Varese ricorderà per sempre. Parla di «passione» Aldo Ossola, un moto che senti dentro e che ti spinge a desiderare di avere una palla in mano, sempre, ben oltre gli orari e gli obblighi imposti dai doveri di atleta. Eccola forse la chiave, quel quid in più che unito al talento consente di raggiungere i grandi risultati. «Perché i campioni diventano tali sulla base di ciò che hanno dentro».
Se i giovani oggi faticano così tanto a emergere nello sport, forse la soluzione al problema va cercata proprio in questo fattore. «Io, quand’ero un ragazzino, arrivavo all’allenamento, nel tardo pomeriggio, dopo aver trascorso ore all’oratorio a giocare a basket» racconta Ossola, 7 scudetti, 5 Coppe dei Campioni e 2 Coppe Intercontinentali in bacheca. «Ricordo che io e alcuni amici eravamo tutti i giorni i primi a presentarci alle 13.30 all’apertura dei cancelli, per entrare in oratorio prima di chiunque altro e avere così il campo subito a nostra disposizione, per sfidarci 3 contro 3». Sfide continue, interminabili, un rilancio dopo l’altro, che erano esse stesse una scuola, «perché giocando imparavamo, per esempio, l’uno contro l’uno», ma che soprattutto rappresentavano il grande passatempo che riempiva giornate intere. «E poi la domenica si andava alla palestra di via XXV Aprile, a veder giocare la prima squadra, cercando poi di “scimmiottare” fra noi ragazzi quello che avevamo visto fare dai giocatori già affermati».
Altri tempi, altre realtà. «Difficile fare paragoni» riflette lo stesso play della mitica Ignis, «perché i giovani di oggi hanno mille altri svaghi possibili».
Ma di certo la situazione è ben diversa anche per quanto riguarda le opportunità a disposizione dei talenti emergenti. «All’epoca ci buttavano nella mischia appena eravamo pronti, per cui, per esempio, a me o a Dino Meneghin fu dato spazio in serie A ad appena 16 o 17 anni». Ma non chiamateli sacrifici, per carità. «Neanche per sogno, io facevo qualcosa che innanzitutto mi divertiva, senza mai considerare la pallacanestro come un lavoro. Forse è proprio questo che ci siamo dimenticati al giorno d’oggi, perché quando sento dire che i giocatori sono stanchi, per aver disputato tre partite nell’arco di una settimana, non credo alle mie orecchie: perché allora fare cinque allenamenti anziché tre partite non sarebbe peggio?».
Questione di approccio, di filosofia. «Io andavo alla ricerca di un campo ogni volta che potevo, anche se le palestre non c’erano e non avevamo palloni belli a disposizione».
Certo, gli spazi per emergere erano, come detto, maggiori. «Ma per questo, visto che oggi esistono leggi internazionali che impediscono di imporre limiti alla libera circolazione anche degli atleti, dovrebbero essere i club a mettersi d’accordo per costruire qualcosa, dandosi regole interne che riconoscano il giusto spazio ai nostri talenti» sottolinea Ossola. «Perché una cosa è certa: io mi diverto molto di più a vedere una partita fra ragazzi italiani, che in campo sono disposti a metterci l’anima, anche se il livello può essere un pochino più basso, piuttosto che i soliti 4-5 mercenari».
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