VARESE Zù Pippu dava gli ordini, concedeva i prestiti, decideva chi doveva rientrare subito e chi invece poteva ottenere un dilazionamento, a caro prezzo ovviamente. E chi non ce la faceva, tanto peggio: gli faceva bruciare l’attività, o lo costringeva a cedere persino la propria abitazione. O a svolgere lavori gratis per ripagare il proprio debito. Perché Zù Pippu, detto il Catanese, al secolo Giuseppe Drago (nella foto a destra), 59 anni, di Magnago – di fatto volto noto a Busto Arsizio, conosciuto per reati gravissimi, sospettato anche di avere legami con la mafia gelese – sapeva come trattare chi non pagava: e quando ci si metteva di mezzo lui, erano botte. Come quando ha spaccato il naso ed ha rotto un dente ad una delle vittime del suo collaudato sistema di strozzinaggio. È un quadro a tinte fosche quello che emerge dall’inchiesta che ha disarticolato una organizzazione dedita all’usura, all’estorsione e al riciclaggio. Gli arresti, cinque in tutto, sono stati eseguiti in due diversi momenti: la prima tranche lo scorso mese di luglio, l’ultimo la mattina di mercoledì. Dietro le sbarre, oltre al capo dell’organizzazione, sono finiti i suoi uomini più fidati: vale a dire Pasquale D’Arino, 55 anni, di Busto Garolfo, ed Emanuele Rocco Fisci, 43 anni, di Sedriano. Agli arresti domiciliari i due bustocchi Roberto Grasso, 40 anni, nativo di Riposto, e Federico Emanuele, 25 anni, nativo di Gela, entrambi imprenditori edili. Ed è nell’ambiente dei piccoli imprenditori edili che secondo quanto ipotizza la
procura della Repubblica di Varese, i collaboratori di Giuseppe Drago identificavano soggetti in difficoltà, da presentare poi al boss, che si mostrava disponibile nel concedere il primo prestito. Sono almeno una trentina quelli caduti nella sua rete: a Cittiglio, a Besozzo, a Busto Arsizio, nel Legnanese. Solo uno però, ha finora collaborato con le forze dell’ordine. Gli altri, per timore di ritorsioni, hanno reso dichiarazioni per le quali potrebbero addirittura rispondere del reato di favoreggiamento. Ma quella generosità si pagava cara: perché dietro a tanto buon cuore vi era il classico cappio dello strozzino. Un prestito anche solo di 4000 euro dava vita a interessi mensili anche di 700 euro, e alla fine la vittima non ce la faceva più a restituire il capitale. Un giro d’affari di mezzo milione di euro in meno di due anni, per il periodo sul quale è riuscita a far luce l’indagine, avviata nel maggio di quest’anno. «Non lo sai che chi ha a che fare con me non finisce mai di pagare?» è una delle frasi sentite pronunciare da Drago nei confronti di una delle sue vittime. Così almeno ha accertato il pm di Varese Raffaella Zappatini, che si è avvalsa per il suo lavoro della collaborazione dell’aliquota di polizia giudiziaria, dei carabinieri del Reparto operativo del comando provinciale di Varese, e della compagnia di Busto Arsizio. Risultati che hanno portato il giudice per l’indagine preliminare Giuseppe Fazio a firmare l’ordinanza di custodia cautelare per i cinque affiliati al sodalizio.
s.bartolini
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