Il primo pensiero, istintivo, primordiale, è stato comune a tutti: «Ma cosa gli è saltato in mente di uscire dall’aula?». Cinque, sei o dodici che fossero. Maschi, femmine, italiani, stranieri, musulmani, boy scout o buddhisti: poco importa. Poi però ci pensi. Anzi, ci ripensi. Ripensi ai tuoi 14 anni. Ai miei 14 anni. Quando il problema più grande che condividevo con le mie compagne di liceo era organizzare epiche fughe da casa (mai concretizzatesi,
bontà nostra) per raggiungere Londra e convincere Robin Williams a tornare sui suoi passi, a non lasciare il gruppo dei Take That. Non credo fossimo più stupide o frivole della media. Eravamo quattordicenni, nel senso più puro e autentico del termine: qualcuna di noi ancora bambina, altre più donne, ma i nostri massimi sistemi si limitavano al catalogo della Onyx o a chi aveva il permesso di mamma di truccarsi in maniera più evidente.
Erano gli Anni 90.L’Isis non sapevamo nemmeno cosa fosse, le guerre c’erano, eccome, ma erano lontanissime nonostante bussassero al nostro confine. Erano qualcosa da guardare in televisione, finita lì. Oggi il mondo è cambiato, il nemico è letteralmente in mezzo a noi. E i nostri figli non sono più quelli di una volta. Per fortuna, mi viene da dire. Veniamo al punto: la ragazzina che ero non aveva niente di meno rispetto ai “primini” del Daverio, loro malgrado finiti in un calderone mediatico che nè loro, nè la società o l’opinione pubblica si meritavano. Sono semplicemente ragazzi. Che il mondo, la storia e la tecnologia hanno reso più informati, coscienti e consapevoli. Hanno commesso un errore? Forse. Sono stati malamente tutelati? In parte. Hanno voluto fare la sbruffonata? Probabile.
C’è un però: mai come in questo momento storico serve lucidità. Difficile barcamenarsi tra la paura che sfocia in psicosi e il giudizio che ormai è l’arma che chiunque ha a portata di tastiera. Eppure da madre, da “quasi” giovane, a me questi ragazzi suscitano un grande rispetto.Chi è uscito da quell’aula perché voleva ricordare le vittime di tutti i terrorismi e non solo della strage di Parigi forse ha voluto provocare, ma
di certo non voleva offendere nessuno. Anzi. Quei ragazzi sono a prescindere migliori di me alla loro età, hanno le palle e soprattutto sanno il fatto loro. Sono ribelli, ma quale adolescente non lo è? Viene da pensare che meritano di più che un titolone caricato a pallettoni e sparato dalle prime pagine di un giornale. Meritano rispetto, meritano ascolto e meritano di essere guidati nella loro crescita e riflessione. È forse chiedere troppo?

(Foto by Varese Press)
A 14 anni si ha ancora la meravigliosa illusione di poter cambiare il mondo per davvero, si ha ancora la pretesa di credere nella forza di un gesto, si ha l’incoscienza di fare una cazzata convinti di essere nel giusto. Ci siamo passati tutti, anche se i più fanno finta di dimenticarselo. Perché si cresce, si matura e ci si intristisce finendo per puntare il dito verso quelli che sono stati i nostri sogni, invidiosi perché non ce li possiamo più permettere.
Ed ecco spiegate le reazioni scomposte, e quasi tutte sbagliate, alla vicenda degli studenti – di prima superiore, ricordiamocelo – e della loro ribellione al minuto di silenzio nella loro classe per i morti di Parigi. C’è stato chi li ha presi e gettati di peso nella fossa dei leoni buttando lì il più terribile dei sospetti (quelli stanno con i terroristi). C’è stato chi si è fiondato su quei ragazzi come fa lo squalo quando sente l’odore del sangue («Espelliamoli tutti»). C’è stato chi ha commentato schiumante di rabbia, schierandosi da una parte o dall’altra, senza accettare compromessi o punti di incontro. No, non stiamo dicendo che è stata una ragazzata: stiamo dicendo che è stata una cosa da ragazzi, che è profondamente diverso. Compagni di classe (italiani e stranieri, musulmani e cattolici) che insieme (ma non è straordinaria questa cosa?) hanno deciso di compiere un gesto forte e di farsi il loro minuto di silenzio personalizzato in corridoio. Abbiamo perso l’ennesima occasione: ci si è scagliati verso qualcosa che sembrava diverso da quello che era veramente (come? Sì, una volta si usava verificare le notizie, ma vabbè), ci si è divisi. Consegnando ai terroristi, quelli veri, la più grande delle vittorie.
Non lo diciamo noi, per carità. Lo dice Nicolas Hénin, lo scrive sulle pagine del Guardian: e lui i terroristi dell’Isis li conosce bene, visto che da loro è stato sequestrato per dieci mesi. Leggete un po’ questo passaggio, e tutto il suo articolo nella pagina delle opinioni. «Dato il loro interesse per le notizie e i social network, noteranno ogni singola reazione al loro assalto omicida a Parigi, e secondo me proprio in questo momento il loro slogan sarà “Stiamo vincendo”. Saranno rincuorati da qualsiasi segno di reazione esagerata, di divisione, di paura, di razzismo, di xenofobia. Centrale alla loro visione del mondo è la convinzione che le comunità non possono vivere insieme ai musulmani e ogni giorno vanno a caccia di prove a sostegno di quest’idea. Le immagini dei tedeschi che hanno accolto i migranti di sicuro li avranno sconvolti. Coesione, tolleranza: non è ciò che vogliono vedere». Cerchiamo di accettare questa cosa, tutti quanti, prima che sia troppo tardi. Ammesso che non sia già troppo tardi.













