Cyberbulli in aula: possibile fermarli?

S’interrogano docenti e presidi mentre l’allarme, anche a Varese, resta alto. Corsi della postale ai prof. Arriva un vademecum ad hoc. Antonellis: «Da noi è capitato, ora lavoriamo con genitori e ragazzi»

Cyberbullismo: il nemico è ancora da battere e l’allarme è altissimo. Arrivano i corsi tenuti dagli specialisti della polizia postale rivolti ai docenti delle scuole primarie e secondarie di Varese e di altre province lombarde.
Un vademecum resosi necessario dai casi sempre più numerosi di utilizzo improprio da parte dei ragazzi di social network e rete. E le scuole di Varese?
Sono pronte? A quanto pare sì, anche perché negli anni i dirigenti di alcuni istituti si sono trovati alle prese con situazioni simili.

Al liceo linguistico Manzoni, per esempio, due anni fa il consiglio di istituto arrivò anche a decidere per la sospensione di alcuni studenti resisi protagonisti di vere e proprie vessazioni informatiche nei confronti di un compagno.
Uno degli studenti proprio a causa del provvedimento rigido a fronte di una situazione pesante non fu ammesso alla maturità.
Ma come ci si rapporta al problema? «Noi abbiamo dato vita a un progetto di istituto vero e proprio – spiega , dirigente della scuola Vidoletti – Fermo restando la stretta collaborazione con gli agenti della polizia postale, abbiamo voluto realizzare un progetto molto ampio che coinvolga studenti, genitori e naturalmente il corpo docenti». Antonellis ammette: «Sì in passato ho dovuto affrontare situazioni al limite del cyberbullismo – racconta – Nello specifico oltre ovviamente alla segnalazione alla polizia convocammo i genitori dei ragazzi e con loro ci confrontammo. Li mettemmo al corrente di tutta la situazione».
Il progetto delle Vidoletti prevede «il confronto diretto con i ragazzi in modo che comprendano sino in fondo qual è l’esatto utilizzo di questi strumenti».
«Che comprendano cosa può causare quello che loro percepiscono come uno scherzo non soltanto nella vita di chi lo “scherzo” lo subisce, ma anche, sul piano penale, di chi questo scherzo lo compie».

Si rovinano due vite in un colpo solo. «Quindi abbiamo degli incontri serali, con psicoterapeuti, che coinvolgono anche i genitori – spiega Antonellis – A scuola noi abbiamo molto limitato l’utilizzo dei telefonini. Parliamo costantemente con i ragazzi e monitoriamo la situazione». «Tutto questo lavoro diventa meno efficace se poi non continua a casa, sotto la supervisione dei genitori. Ai quali non soltanto durante gli incontri viene insegnato

come trasmettere ai figli l’uso corretto di questi canali di comunicazione, ma anche come riconoscere i segnali che potrebbero indicare un momento di difficoltà del figlio collegato al cyberbullismo». Antonellis parla di percorso formativo in otto anni: iniziando dalle scuole elementari. «È quello che vogliamo realizzare anche noi – spiegadirigente dell’istituto primario di Cunardo – Oggi gli alunni delle elementari hanno un telefonino. È necessario agire tempestivamente».

«Noi collaboriamo con la polizia postale e abbiamo organizzato una serie di incontri con le forze di polizia. Non solo: i ragazzi a scuola con dei giochi didattici imparano a utilizzare questi strumenti in modo corretto. Ai genitori abbiamo fornito la versione “casalinga” di questi giochi». , preside del liceo Cairoli di Varese spiega: «Abbiamo avuto qualche problema negli anni scorsi collegato alle cosiddette pagine spotted. Siamo intervenuti immediatamente».
«Siamo in contatto con la polizia postale e oggi è la scuola stessa che utilizza i canali social o i blog in modo istituzionale. Un metodo educativo: i ragazzi imparano che questi sono strumenti di comunicazione. Non ci deve essere allarmismo, ma nemmeno dobbiamo abbassare la guardia».