À la guerre comme à la guerre. In guerra come in guerra. Aggrappandosi solo a quello che c’è. Non c’è Pavoletti ma c’è di più, quello che ci mancava più di tutto: il fuoco, un comandante, il sangue. Cioè: Sottili. Perché quando sembrava avere perso ogni cosa, è andato a riprendersela con le unghie e con il cuore dopo mesi di struggimento e svuotamento, soltanto con la temerarietà e con il fegato, le uniche cose che hanno fatto 104 anni della nostra storia.
Anche nella notte più buia, quest’omino pelato con gli occhi da biglia dove si vede il mare si è aggrappato a uno spiraglio, e ha spinto-soffiato-sofferto così forte da trasformarlo in un varco per spianarsi la strada del ritorno a casa, sulla panchina del Varese.
Sottili ci ha dato una lezione: poteva essere l’ultimo a rivolere una squadra che gli aveva fatto del male, portandogli via un pezzetto di dignità con quel successore sbattuto in faccia sulla tribuna di Lanciano, come un cappio attorno alla testa, è stato il primo a continuare a sognare, a lottare. Il primo a crederci. A fare la guerra con quelle palle e quel coraggio che nessuno
finora ha davvero mostrato come siamo capaci di mostrare benissimo al Varese. Come ha fatto Sottili, bramando da lontano questi colori che a volte noi vediamo un po’ sbiaditi, ma che per lui erano i più belli e intensi del mondo. Se oggi i giocatori e settimana prossima i tifosi mostrassero un’unghia dell’amore e della voglia di Varese messi in campo da Sottili, non ci sarà Trapani, Empoli o Palermo che tenga.
È scesa in campo una leggenda, richiamata dal dolore del Varese ferito. E l’ha fatto a modo suo, alla Fascetti, presentandosi ai botteghini e dicendo: «Vorrei comprare un biglietto per Varese-Padova. Mi chiamo Eugenio Fascetti e sono nato a Viareggio il 23 ottobre del 1938». Né inviti, né omaggi, né annunci. Grandissimo. Il giorno dopo ha aggiunto: «Correte dietro a Sottili e vi salvate». E noi eseguiamo, noi corriamo, noi ci salviamo.
Varese
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