Derivati in pancia? C’è chi ne ha di più. E di fieno in cascina ne resta ancora

In cifre - Il professor Claudio Grossi fa la radiografia all’Italia e ai competitor europei. E il quadro è rassicurante

Una convinzione, quella di Claudio Grossi, che non è solo sensazione, ma si basa su numeri altrettanto solidi e inattaccabili. Prendiamo il dato sui derivati, dove le prime due banche italiane per attivi di bilancio sul Pil nazionale ne hanno in pancia una quota compresa tra il 7 e il 9% dei propri asset, al contrario del primo istituto tedesco, dove i livelli dei derivati superano il 36%, o di quello inglese dove si varca il tetto del 32%, ma anche la prima banca francese, a quota 21%, ha una percentuale doppia rispetto a quella degli istituti italiani. A livello di concessione del credito invece, le due prime banche italiane battono i primi istituti degli altri Paesi: in Italia la percentuale del credito sul totale degli asset è compresa tra il 49 e il 55%, in Germania scende a 37%, in Gran Bretagna al 31%, in Francia al 31,5%. Ci sono anche delle ombre, come ad esempio il fatto che il sistema bancario italiano in questi anni abbia bruciato il 32,31% del proprio Roe

(l’indice di redditività del capitale proprio, ossia la capacità di una società di ripagare i propri azionisti dell’investimento fatto nel capitale), mentre la risalita prevista nel corso del 2016 è appena dell’1,6%, un ritmo di ripresa del Roe della banche italiane del 2016: +1,6% che consentirebbe di tornare solo nel 2028 ai livelli del 2006. D’altra parte, gli accantonamenti assicurati dalle nostre banche a copertura dei crediti e in rapporto ai crediti deteriorati, il “fieno messo in cascina” per affrontare i momenti più bui, mostra una maggior lungimiranza da parte delle banche italiane, se è vero che i primi due istituti della Penisola hanno accantonamenti a livelli del 50%, contro il 22% della Gran Bretagna o il 37% tedesco. «Sono troppe le classifiche che ci penalizzano – fa notare il professor Claudio Grossi, a riprova ulteriore della sua convinzione di solidità del nostro sistema bancario – ma sono quasi tutte troppo sbilanciate sul giudizio basato sui crediti deteriorati e poco inclini, invece, a calcolare altri rischi a cui i nostri istituti sono più al riparo».