Don Luigi Ciotti: «Cari varesini, siate comunità»

Una lunga chiacchierata con il sacerdote che combatte contro le mafie per la legalità. «Pronto a un evento nella vostra città, a patto che si inserisca in un percorso che coinvolga tutte le realtà sociali»

Don Luigi Ciotti è una montagna che racconta, si appassiona, emoziona. Don Luigi Ciotti è la forza di un uomo solo contro il mondo, la lotta per il giusto e la legalità. Don Luigi Ciotti è serenità trasmessa, è Chiesa, è volontà. Parlare con lui è una fortuna, un onore, un onere.

È nato prima di diventare prete, nelle strade e nelle periferie di Torino, dove sono migrato con la mia famiglia da Pieve di Cadore, all’inizio degli anni Cinquanta. È nato vedendo tanti ragazzi figli della seconda grande ondata migratoria, quella dal Sud degli anni Sessanta, vivere gli stessi problemi che avevo vissuto io. Problemi dovuti a fragilità, spesso a mancanza di mezzi economici e culturali, ma anche ad atteggiamenti respingenti se non apertamente ostili. La spinta all’impegno nacque allora, dal chiedermi cosa potessi fare, dallo sforzo di conoscere, di capire, di condividere. Per lunghi periodi ho vissuto giorno e notte con quei ragazzi dormendo d’inverno nell’unico posto disponibile: i vagoni in sosta nella stazione di Porta Nuova. Sacerdote lo sono diventato in seguito, nel 1972, quando il cardinale di Torino, padre Michele Pellegrino, un grande punto di riferimento nella mia vita, mi assegnò come parrocchia “la strada” per consentirmi di proseguire l’impegno per e con le persone più povere e emarginate.

Come un prete che, in piena umiltà e coscienza dei limiti, cerca di dare il suo contributo affinché la Chiesa sia, come diceva don Tonino Bello, «Chiesa per il mondo, non per se stessa», una Chiesa che si fa, e come tale viene riconosciuta, strumento del Vangelo, cioè di amore, di misericordia, di giustizia, di verità.

Il primo è certamente Papa Francesco. Sin dal primo giorno il Papa ha richiamato la Chiesa a “uscire da se stessa”, ad “andare nelle periferie”, a essere “Chiesa povera per i poveri”. Ha sottolineato che la speranza della Chiesa sta nell’impegnarsi a costruirla laddove essa viene negata, calpestata, uccisa. Ha messo in risalto che seguire il Vangelo non significa solo “preparare le anime al Cielo”, ma stare dalla parte dei poveri, degli oppressi, dei fragili, impegnandosi a costruire giustizia già a partire da questo mondo. Ha messo in rilievo il legame tra fede e etica, tra fede e responsabilità. E ancora, ha esortato a compiere un cammino arduo ma necessario per liberarci dagli idoli della ricchezza e del lusso, perché solo una Chiesa umile, libera dal potere e dai compromessi che il potere esige, è una Chiesa forte, una Chiesa credibile. Questo è il primo e più essenziale elemento di speranza, rafforzato dall’impegno di tanti sacerdoti, suore, associazioni e Comunità che testimoniano il Vangelo con l’eloquenza dei fatti e del servizio quotidiano.

La speranza sta nell’evitare appunto le semplificazioni e le scorciatoie. Sta nell’affrontare i problemi dopo averne studiato e capito le cause, senza dare retta ai venditori di illusioni, a chi crede di avere la verità in tasca e non si mette mai in discussione. Il nostro è un mondo complesso, mutevole, spesso profondamente contraddittorio. Questa complessità è però una ricchezza se invece di semplificarla, negandone le sfaccettature, la accogliamo come stimolo per ampliare i nostri orizzonti, per aprire nuove strade di vita e di convivenza. Perché il punto è questo: la convivenza. In un mondo che negli ultimi trent’anni, grazie allo sviluppo tecnologico e alla potenza dei mezzi di comunicazione, ha accelerato i tempi e ridotto le distanze, occorre costruire condizioni di vita dignitose per tutti, altrimenti il rischio è alimentare le tensioni, il senso d’ingiustizia, la convinzione, certo non infondata, che questo sistema sia uno strumento in mano a una cerchia di ricchi e potenti per aumentare la loro già enorme ricchezza e potere. Ma un mondo diseguale, asimmetrico, dove le stesse democrazie sono a volte sistemi puramente formali, non può stare in piedi. La speranza allora si chiama “bene comune”, cioè garanzia per tutti di una vita libera e dignitosa. E motori di speranza sono quelle persone – ce ne sono in ogni ambito, e occorre che si ritrovino, che si organizzino – che, senza cedere alle semplificazioni e alle paure, si rimboccano le maniche per difendere e per costruire il bene comune.

Credo che il primo passo da fare sia un’analisi lucida e onesta del fenomeno. Fenomeno che per la sua portata – abbiamo superato di gran lunga i 50 milioni di profughi dell’ultima guerra mondiale – richiede di essere governato con saggezza, lungimiranza e in un’ottica europea e globale. Il che significa: distribuzione degli impegni e delle responsabilità, investimenti mirati, collaborazioni non solo dichiarate e soluzioni che tengano conto delle risorse ma anche dei problemi di ogni Paese. Ciò detto, ci sono alcuni punti da tenere fermi. Il primo è che la politica occidentale non può continuare a dire parole false o di circostanza su un fenomeno che ha in gran parte provocato. Quelle migrazioni sono frutto innanzitutto di un’economia che, complice una politica muta o consenziente, ha predato dovunque risorse, desertificato territori, generato conflitti e povertà. La retorica del “nemico alle porte”, su cui proliferano i populismi, è un espediente per coprire le nostre responsabilità, trasformando la vittima in aggressore. Il secondo punto è che un’Europa che gioca a scaricabarile con le vite di tanti “poveri cristi”, è un’Europa che rinnega gli ideali per cui è nata. Le immagini dei respingimenti, dei muri, delle “cacciate dello straniero” dai quartieri, come anche delle trattative con Stati noti per le violazioni dei diritti umani, tradiscono l’impegno chi si è speso per un’Europa dell’accoglienza, del lavoro, della giustizia sociale, della pace. Il terzo punto è che occorre una rivoluzione culturale. Il “pensiero unico” del profitto ci sta portando dritti alla bancarotta economica, alla distruzione dello Stato sociale e alla catastrofe ambientale. Solo una “conversione ecologica” – quella a cui richiama papa Francesco nell’enciclica Laudato sì – può trarci fuori dalla secche della crisi. “Conversione” significa affrontare le disuguaglianze sociali e il disastro ambientale come sintomi di una stessa malattia chiamata egoismo, una malattia dalla quale possiamo guarire solo unendo le forze e condividendo le responsabilità. Il quarto punto è che nessuno può essere condannato a vita dal suo luogo di nascita. Un mondo dove viene negata la possibilità dell’oltre e dell’altrove, è un mondo che nega la speranza e la conoscenza, cioè la dignità stessa della persona. Per riaffermarla dobbiamo partire proprio da loro – dai migranti e dai profughi respinti e esclusi. Sono loro a fornirci le coordinate del futuro, a guidarci a un mondo dove possiamo stare tutti meglio, riconoscendoci diversi come persone e uguali come cittadini.

Purtroppo non solo lo penso, ma lo dicono le inchieste giudiziarie! E sono fatti che feriscono profondamente. Come è possibile progettare di arricchirsi sulla pelle e sui bisogni della gente? Sono episodi – non bisogna generalizzare – estremamente gravi sui quali occorre fare piena luce, accertando le responsabilità civili e quelle penali, anche per evitare che ne vadano di mezzo l’onestà, la credibilità e l’impegno di tanti, della maggioranza. In secondo luogo credo sia opportuno, al di là dei fatti di rilevanza penale, interrogarsi su una certa deriva culturale. Non si può confondere la logica dell’associazionismo o della cooperazione con quella dell’impresa. Beninteso non demonizzo l’impresa: ne conosco tante condotte da persone capaci, oneste e generose, consapevoli che la ricerca dell’utile economico è legata alla promozione del benessere sociale, ma la logica dell’associazionismo risponde ad altre esigenze. Se Libera e il Gruppo Abele, ad esempio, avessero operato sulla base del tornaconto economico o anche di un ferreo pareggio di bilancio, certamente sarebbero meno indebitati ma nemmeno avrebbero rappresentato per tante persone un’occasione di riscatto. Nell’impegno sociale le associazioni sono sempre mezzo, non fine. Il fine è la dignità e la libertà delle persone.

Perché il tema non è ancora abbastanza condiviso. Il che significa due cose. La prima, è che non si è ancora creata a livello istituzionale, politico, culturale, la consapevolezza necessaria per tradurre l’attenzione al tema in impegno concreto a risolverlo. La seconda – sarebbe da ingenui o da ipocriti non riconoscerlo – è che attorno a quel tema ruotano ancora troppi e intoccabili interessi. Così accade magari che si parli di mafia e si dica di voler combattere la mafia, ma quando si tratta di approvare misure specifiche per bonificare la zona grigia fra mafia e politica e fra mafie e mondo economico-finanziario – il che significa in buona sostanza combattere la corruzione, che è il nostro più grave problema e il terreno su cui crescono le mafie – assistiamo a dispute strumentali attorno a questo o quel cavillo, e misure potenzialmente efficaci vengono svuotate di contenuto a furia di compromessi e aggiustamenti. Non voglio generalizzare perché in fatto di lotta alle mafie sono stati fatti molti progressi, ci sono tante persone sinceramente impegnate, progetti di valore, una legge sull’uso sociale della confisca dei beni che quando viene applicata e messa in grado di funzionare sradica le basi culturali e sociali del potere mafioso. Per non dire dei tanti magistrati esperti e capaci, di forze di polizia ammirevoli per dedizione e competenze… Ma a fronte di questo scenario per molti versi incoraggiante, c’è una volontà politica che si è dimostrata quantomeno discontinua. Credo che potremo parlare di mafie al passato solo quando avremo bonificato il terreno sociale e culturale sul quale da secoli affondano le radici. Questa bonifica parte dal “basso” e da “dentro”, dalle coscienze e dalle responsabilità di ciascuno di noi. Ma non può dare i suoi frutti senza il sostegno di misure dall’alto che risolvano, una volta per tutte, il nodo fra mafia e potere. Perché se è vero che è esistita (ed esiste) una politica senza mafia, è anche vero che non è mai esistita una mafia senza politica.

È del tutto scorretto. Non solo la mafia è presente al Nord, ma lo è da molto più tempo di quanto si creda. Le prime inchieste risalgono infatti agli anni Settanta, legate al traffico di droga e al mercato della prostituzione. Nel 1983 la mafia calabrese uccise a Torino il Procuratore della Repubblica Bruno Caccia. La verità è che molta gente, a lungo, non ha voluto vedere, vuoi per malafede, vuoi perché la presenza mafiosa era sottotraccia e non riconducibile allo stereotipo classico del mafioso in coppola e lupara. Ma l’evoluzione della mafia in senso “imprenditoriale” e la sua attuale presenza, comprovata da una quantità d’inchieste, di arresti e condanne, hanno origine in una logica di espansione che ha sempre accompagnato il fenomeno mafioso. Leonardo Sciascia parlava negli anni Settanta di «spostamento al nord della linea della palma». Ma già nel lontano 1900 don Luigi Sturzo, futuro fondatore della Democrazia Cristiana, disse inascoltato: «La mafia ha i piedi in Sicilia, ma la testa forse a Roma». E ancora, con incredibile profezia: «Diventerà più crudele e disumana, dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per portarsi anche di là delle Alpi». È una realtà che oggi tocchiamo con mano: il male mafioso ha contagiato molte zone del mondo e va combattuto attraversando i confini. Anche per questo Libera negli ultimi anni si è battuta a Bruxelles e a Strasburgo affinché la confisca e l’uso sociale dei beni mafiosi venga adottata da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea.

Intanto bisogna dire che nella vostra terra esistono già realtà e progetti significativi, che vanno valorizzati, sostenuti e incoraggiati. Quanto all’iniziativa, ben venga, se risponde a due condizioni: la prima è che non sia un semplice “evento” ma un percorso, un progetto articolato che vede il coinvolgimento del “corpo” sociale in tutte le sue espressioni: istituzionali, amministrative, associative, educative, culturali, economiche, sportive. La seconda, che si focalizzi sul concetto di responsabilità, che è il prerequisito della legalità, la condizione affinché il rispetto della legge sia un atto consapevole, non un meccanico obbedire per convenienza, conformismo o timore. La legalità in sé non è un valore, anche perché come sappiamo ci sono leggi, anche nella nostra storia recente, che sono state espressione di interessi particolari, leggi al servizio del potere e non della giustizia. Le leggi sono efficaci quando si fondano sull’etica dei cittadini, quando sono espressioni del loro modo di essere, quando veicolano il loro desiderio non solo di veder difeso il bene comune, ma di alimentarlo col proprio impegno.

Tanta serenità. E l’augurio di formare sempre una comunità aperta, attenta ai bisogni dell’altro, capace di includere e di estendere il più possibile i diritti e i doveri della convivenza. Felici sono quelle comunità dove ciascuno si sente riconosciuto nella sua dignità di persona e di cittadino.