Questo è l’editoriale uscito il 21 giugno 2015 dal titolo “Donare sangue è donare speranza”: la firma è quella di Francesco Caielli che, come vi abbiamo raccontato sul giornale di ieri, ha ricevuto la menzione di merito al premio giornalistico “Fidas Isabella Sturvi”. Ve lo riproponiamo, un po’ per orgoglio, e un po’ perché ci piace come il primo giorno che l’abbiamo letto.
Tempi di outing, questi, in quanto a donazioni di sangue. L’ha fatto Salvini (e, niente da dire, secondo noi l’ha fatto in modo sincero lanciando un messaggio positivo), e allora già che ci siamo lo facciamo pure noi. Sì, raccontiamo la storia di una donazione speciale, travagliata, complicata: che alla fine però ci ha aperto gli occhi. La raccontiamo, perché dietro a questa storia c’è tutto il senso di una donazione.
L’altro giorno chi scrive è andato a donare il sangue. Periodo di stress, una notte insonne per colpa delle bimbe, la pressione un po’ più bassa del dovuto: fatto sta che durante il prelievo è arrivato il più classico dei capogiri. Succede. Il punto è che le infermiere del trasfusionale di Varese, belle e gentilissime, in questi casi sono inflessibili: signore, lei non si alza da questo lettino finché la pressione non torna a posto. E allora, tocca mettersi il cuore in pace: bisogna restare lì, bere litri di succo di frutta, e aspettare. Tanto. Nel nostro caso, quasi un’ora e mezza (eh: la pressione non ne voleva sapere di tornare su). Un’ora e mezza in cui ci si è aperto un mondo. Perché noi mica lo sapevamo, ma al trasfusionale funziona così: prima (dalle 7.30 fino alle 10.30, più o meno) c’è l’esercito dei donatori. Poi, quando i donatori se ne sono andati (tranne quelli che rischiano di svenire, ovviamente) ecco che arriva un altro esercito. Completamente diverso. L’esercito di chi, il sangue, lo deve ricevere.
Accanto a noi, pallidi come cenci e mollemente adagiati su un lettino, si è messa una ragazza: giovane, carina, accompagnata dal fidanzato più premuroso del mondo. Una bella coppia, sorridente anche nella sofferenza: perché sì, era chiaro che se quella ragazza era lì per una trasfusione, qualche problema c’era. Ed è stata un’ora abbondante di chiacchiere, di prese in giro, di scherzi: un’ora abbondante piacevole (sì, il tempo scorre piacevole anche negli ospedali). Poi, finalmente, il via libera: la pressione si è alzata. Si alzi lentamente, adagio, e vada a mangiare qualcosa che è ancora pallido. Sì, si va a casa (no, anzi: in redazione perché è già tardi). Un saluto veloce a quelli che sono stati i compagni di stanze per un’oretta, gente che non rivedremo più ma che allo stesso tempo ricorderemo per un pezzo. E quella ragazza, sguardo dolce e voce serena: «Ciao. E grazie, eh».
Normalmente quando si dona il sangue mica si sa a chi andrà la tua sacca: a qualcuno che ne ha bisogno per vivere, certo. Ma non lo guardi negli occhi, non vedi il suo sguardo, non conosci la sua storia. L’anonimato (di chi dona e, quindi, di chi riceve) Ecco: il “grazie, eh” di quella ragazza ha tirato un filo. Il filo di una cosa che già conoscevamo ma che abbiamo toccato con mano. E’ stato davvero come se la nostra sacca di sangue, donata con sudore e giramenti di capo superando un’atavica paura per gli aghi, l’avessimo consegnata di persona a quella ragazza alla quale abbiamo pure dimenticato di chiedere il nome.
Donate il sangue. Fatelo tutti, voi che potete. Chi scrive ci è arrivato tardi e non si perdona il fatto di non essersi convinto prima. Chi scrive ha iniziato a donare il sangue durante uno dei suoi viaggi in Burundi: c’era stato un incidente, dei bambini nel letto di fianco stavano morendo, serviva sangue. E chiunque in quella situazione avrebbe tirato fuori il braccio per farsi infilare un ago nella vena. Chi scrive ha iniziato così, ha avuto bisogno di vedere. Voi, fidatevi: donate il sangue.













