E Lidia disse: «Ecco il mio killer»

Colpo di scena: la famiglia Macchi rende nota una seconda lettera anonima. «Aiutateci a scoprire chi la scrisse»

– A fine gennaio 1987 la famiglia di ricevette una seconda lettera anonima. Scritta da «una madre addolorata» che, nelle due pagine vergate in corsivo, dichiara che da anni registra le voci degli spiriti. E che in quei giorni era stata “contattata” da Lidia, la giovane scout e studentessa di giurisprudenza violentata e uccisa a 20 anni il 5 gennaio 1987 il cui cadavere fu ritrovato due giorni dopo nei boschi del Sass Pinì a Cittiglio.La famiglia Macchi, con l’avvocato , ha adesso deciso di renderla pubblica e dare alla missiva la massima diffusione. «Il motivo rientra nella decisione di non

lasciare nulla di intentato per arrivare alla verità su Lidia – spiega Pizzi – In 29 anni la famiglia Macchi ha ricevuto soltanto due lettere anonime. Entrambe nel 1987, entrambe pochi giorni dopo il delitto. La prima, In morte di un’amica, recapitata a casa Macchi il 10 gennaio 1987 giorno delle esequie di Lidia, si è rivelata fondamentale per dare nuovo impulso all’inchiesta e arrivare a individuare Stefano Binda (brebbiese di 49 anni arrestato lo scorso 15 gennaio, ndr) come presunto autore dello scritto. La speranza è che divulgando anche questo secondo testo possano essere scoperti nuovi elementi utili per l’inchiesta».

Di qui l’appello: «Chiunque riconosca la grafia con la quale la lettera è scritta oppure ne sia l’autrice, deve immediatamente contattare gli agenti della squadra Mobile della Questura di Varese, oppure me – spiega il legale – Si tratta di fare chiarezza, di capire se l’autrice sappia qualcosa».
Pizzi parla di autrice perché dalla busta entro la quale la lettera era contenuta è stato estratto Dna femminile. La lettera viene giudicata interessante sotto diversi aspetti. Chi scrive dice di dare parola a Lidia e fornisce dettagli che all’epoca non erano così noti. La missiva è stata scritta il 17 gennaio 1987, dieci giorni dopo l’omicidio, e imbucata il 21 gennaio a Vercelli Stazione. Nella parte della lettera in cui si ragiona sull’omicidio è Lidia che parla in prima persona. Dice: «Sono stata uccisa perché ho voluto difendere la mia verginità. Chi mi ha uccisa voleva costringermi a sottostare alle sue voglie».

Lidia dice di essersi rifiutata e lì lui l’ha accoltellata. «Il particolare della violenza sessuale dieci giorni dopo il delitto non era così noto – spiega Pizzi – c’erano state solo vaghe ipotesi sui giornali». Nella missiva inoltre “Lidia” dice che il suo assassino è un compagno di Comunione e Liberazione, il quale, dopo l’omicidio ha frequentato la sua casa fingendo di consolare i genitori. Dice anche che l’assassino fu tra quelli che ritrovarono il corpo di Lidia: tre suoi amici, una ragazza e due ragazzi. «i cui alibi sono assolutamente al di sopra di ogni sospetto – dice Pizzi – Un tentativo di depistare le indagini? A questo punto chiunque riconosca in questa lettera particolari grafici utili a individuarne l’autrice si rivolga alla polizia o a me».