di Andrea ConfalonieriDelirio a Varese. Delirio e lacrime che cadono più fitte della pioggia sull’unica città del mondo che riesce a scendere in piazza, a fare caroselli e a trasformare il suo palazzetto in un ascensore per la gloria solo per essere tornata in A1, ma in quel "solo" c’è tutta la follia e l’amore per il basket: facilissimi da contenere in uno scudetto, più scomodo gettarli in questo ritorno a casa da eroi.Delirio e invasione di campo tra migliaia di trombe e persone impazzite come non era successo per nessuno dei nove scudetti (il decimo è un’altra cosa) e delle cinque coppe campioni. E’ la lezione di Varese. Una lezione di amore indissolubile per la pallacanestro. Più ti allontanano dalla tua storia, più sei fiero di essa e di te. Quando cadi, ti rialzi se hai radici a cui aggrapparti. E quest’immagine di Marco Passera davanti a noi, questo pulzello portato in trionfo da centinaia di Passerini biancorossi con meno di vent’anni, è il trionfo delle nostre radici. Spunta anche un trofeo che sembra quello del Giro d’Italia, un trofeo levato al cielo in mezzo ai bambini sulle spalle dei padri che vogliono toccare da vicino un pezzetto di storia che ritorna a casa. In cinquemila urlano "vaffanculo alla Legadue" dopo una promozione che non poteva scappare di mano perché c’è stata solo gioia e bellezza nella mentalità che ha sorretto l’ambiente e la squadra. Non poteva scappare perché era scritto nella coreografia da cerimonia olimpica della curva. Sotto un lenzuolone con un guerriero e gli stemmi della città che brucia il diavoletto della Legadue, c’è una scritta: "Anche l’inferno a noi si arrenderà…". Poi, tra squilli di trombe, compaiono altre parole a caratteri cubitali per completare la frase: "…perché del basket noi siamo il paradiso". Maestosa, da Premio Oscar mentre le due persone più importanti se ne sono già andate da un pezzo, magari a piangere in qualche angolo nascosto di Masnago, e hanno lasciato il tripudio ai loro figli, i figli di Varese. Così si comportano i condottieri con la truppa. E queste due persone che hanno dato qualcosa in più
che era sempre mancato alla gestione Castiglioni, cioè serietà e coerenza, si chiamano Stefano Pillastrini e Cecco Vescovi.L’omone di Cervia ha cambiato il modo di ragionare e di (troppo) amare la Pallacanestro Varese. Il Pilla ha incanalato su di sé, facendo muro col suo corpo, quella passione estremista e incontrollabile, quell’amore morboso che rende unica e indistruttibile questa piazza, ma nei momenti della verità sfugge di mano rovinando anche le conquiste più grandi.Dopo la sconfitta orrenda di Livorno, piena di fantasmi e delle solite paure inconfessabili, lui ha preso il vittimismo e il peso di "essere Varese" per le corna, sciogliendoli in poche parole: «Siamo degli autolesionisti, si sta creando una pressione fortissima e ingiustificata. Se non vinciamo il campionato sarà un fallimento totale. Io sono stato chiamato qui per costruire qualcosa, per provare con tutte le forze a essere primi, certo, ma anche e soprattutto per costruire per il futuro. Cercheremo di vincere, ma se non dovessimo riuscirci proveremo a salire attraverso i playoff, se dovessimo fallire ritenteremo l’anno prossimo. E invece siamo bravissimi a metterci pressione da soli. Dall’esterno, ma anche dall’interno e da noi stessi: continuare a ripeterci che potremmo avere sei, dieci punti di vantaggio sulla seconda è un modo di ragionare sbagliato. Io sono arrivato per lavorare in profondità, per dare una mano alla rifondazione della società dopo un fallimento. Per avere la possibilità di provare, di sbagliare, di rischiare. E invece dovremmo essere più positivi».Queste parole sono le nostre parole, scritte per sempre con la sua firma in calce sotto questa notte di gloria.E oltre a ciò, l’immagine di Cecco Vescovi. Un filo di uomo tesissimo, impassibile, in piedi per quaranta minuti e solo come un cane, braccia conserte in un angolo ai piedi della curva Sud. Non aveva nessuno accanto a lui: ci siamo noi. La pennellata di credibilità che era sempre mancata alla Pallacanestro Varese gliel’ha data lui. Ora forse scomparirà chissà dove per molti giorni e non si prenderà nemmeno un merito: benissimo, fa niente, glielo diamo noi.Oggi intanto è un altro giorno, ma una stella in mezzo al cielo è tornata al suo posto.
a.confalonieri
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