È la cronaca di un’epidemia annunciata e inascoltata quella che oggi porta l’amaro bollettino di 4.500 morti e novemila contagiati per Ebola. Medici senza frontiere aveva manifestato per la prima volta una forte preoccupazione per un’epidemia senza precedenti per numero di casi e distribuzione sul territorio dell’Africa occidentale il primo aprile 2014. A quel messaggio di attenzione era seguita la risposta dell’Organizzazione mondiale della sanità che aveva liquidato la faccenda come una «serie di casi sporadici» da monitorare. L’edizione internazionale dell’«Huffington Post» riporta una cronologia di tutti gli appelli caduti nel vuoto che solo nell’ultimo mese hanno finalmente trovato le prime risposte internazionali: dall’invio di un contingente militare di 3.000 uomini specializzato in attacchi biologici da parte degli Stati Uniti allo stanziamento di un miliardo di dollari da parte delle Nazioni Unite per l’emergenza Ebola. Non serve chiedersi se oggi forse ci troveremmo a raccontare un’altra storia se solo si avesse avuto più attenzione per quegli appelli lanciati da una ong specializzata in emergenze medico sanitarie, e neppure avanzare il sospetto che la comunità internazionale si è mossa quando i primi casi sono arrivati in Europa e negli Stati Uniti ma forse questa volta vale la pena prendere in seria considerazione le parole di Loris De Filippi, presidente italiano di Medici senza frontiere. «Bisogna fermare l’epidemia al centro, non nella periferia», dice mentre sfoglia i quotidiani del giorno che riportano i bollettini medici di casi sospetti in Danimarca o le condizioni dei pazienti di Dallas e di Madrid. «Se non si argina il virus in Liberia, Guinea o Sierra Leone, il luogo di origine e di espansione senza precedenti dell’epidemia di Ebola, la situazione non farà che peggiorare anche in Europa o negli Stati Uniti». Ma, aggiunge, «mentre in America o in Italia ci sono strutture altamente specializzate sotto il profilo medico e tecnologico in grado di arginare velocemente eventuali casi di contagio, in Liberia o in Sierra Leone siamo al collasso della capienza degli ospedali e il personale medico viene sottoposto a un impegno senza precedenti».Forse dare qualche dato può servire: a Monrovia per esempio, il centro di trattamento di Ebola di Msf, detto Elwa3, il più grande mai costruito, è sovraffollato e può ospitare al massimo 250 pazienti. «Le persone che chiedono assistenza vengono rimandate a casa». Si stima che nella capitale liberiana sarebbero necessari 1.200 posti. Ogni malato che torna a casa, è una persona che si condanna a morire e che mette in serio pericolo l’incolumità della propria famiglia diffondendo
il contagio. «In Europa o negli Usa i casi sospetti vengono trasportati in barelle pressurizzate – dice De Filippi – mentre a Monrovia, una città di un milione di abitanti, ci sono solo quattro ambulanze, di cui due funzionanti. Il trasporto dei malati è affidato ai taxisti, e adesso anche loro si stanno rifiutando di prestare questo servizio, e tutto ricade sulle famiglie o il vicinato».Il caso del primo paziente morto a Dallas e proveniente dalla Liberia fa capire bene cosa sta succedendo nel Paese. Thomas Duncan ha contratto il virus accompagnando all’ospedale in taxi la figlia di un vicino di casa ammalato.«In Nigeria, il 20 ottobre, daremo l’annuncio che l’epidemia è stata isolata – incoraggia De Filippi –: anche in quel caso il virus era entrato nel Paese attraverso un viaggiatore ma i medici locali sono riusciti ad arginarla subito perché attrezzati. Sarà così anche in Europa, il pericolo è marginale. Gli errori umani del personale medico possono esserci ma sarà difficile che si scateni un’epidemia. In Sierra Leone, a Boh, invece abbiamo dovuto chiudere il nostro centro pediatrico per lasciare spazio all’accoglienza dei malati di Ebola. Il nostro personale in 40 minuti visita almeno tre pazienti: c’è giusto il tempo di verificare l’efficacia della terapia e poco più. Non è sufficiente e oltretutto, per il forte impegno, può incorrere in errori che mettono a repentaglio la vita stessa di medici e infermieri».Medici senza frontiere in questo momento sta impegnando 3.000 operatori in sei centri di trattamento, di cui 750 operatori internazionali (il 10% italiani) giorno e notte per salvare più vite possibili. Le equipe hanno trattato complessivamente circa il 60% dei casi registrati e ricoverato più di 3.300 persone di cui 2.000 sono risultate positive a Ebola e 650 sono guarite. Ha inviato 450 tonnellate di materiali e sta formando il personale locale. A Bruxelles in questi giorni sono partiti i corsi di formazione per personale medico di ong da espatriare. «E le emergenze negli altri Paesi continuano – ammette De Filippi –: per Msf anche dal punto di vista economico rappresenta un impegno senza precedenti. Si pensi che per lo tsunami abbiamo avuto spese complessive per 25 milioni di dollari, e qui prevediamo un budget solo entro fine anno di 45 milioni di dollari». Ma soprattutto – conclude De Filippi – «siamo al collasso del personale medico e serve un maggior impegno in termini di strutture e servizi medici. Solo così possiamo fermare Ebola». Sperando che questa volta l’appello non resti inascoltato.













