Ebola, torna lo spettro dell’epidemia

All’ingresso in chiesa ci si lava le mani con acqua e varechina; il gesto si ripete all’uscita. Durante la celebrazione non ci si scambia il segno della pace: «La decisione è stata presa a livello nazionale – racconta all’Agenzia Misna padre Luigi Brioni, missionario saveriano in una parrocchia del distretto di Koinadugu, nel Nord della Sierra Leone – per ridurre le occasioni di contatto diretto e di possibile contagio». In strada, operatori sanitari fermano i passanti offrendo disinfettante e consigli pratici per evitare di contrarre l’infezione letale. E per un giorno si resta tutti a casa; circolano solo ambulanze e auto della polizia e i mercati restano chiusi. Un’atmosfera vagamente spettrale.

Così l’Ebola, la febbre emorragica che non lascia scampo, impone il coprifuoco in Sierra Leone, uno dei Paesi dell’Africa occidentale più colpito dalla diffusione del virus mortale, insieme a Guinea, dove l’epidemia è esplosa all’inizio del 2014, Liberia e ora anche Nigeria. Tutta la regione è sotto scacco: oltre 1.600 i casi di contagio dall’inizio dell’anno;887 i morti, 57 in soli 4 giorni; i governi hanno chiuso frontiere, scuole, ministeri, uffici, teatri, cinema, bar. Non esiste un vaccino per prevenire il contagio, ma test clinici dovrebbero partire a settembre negli Usa. Diverse compagnie aeree, riferisce l’Organizzazione Internazionale per l’Aviazione Civile (Icao), hanno già interrotto i voli per i Paesi colpiti. Se le autorità europee e nazionali cercano di riportare la calma («Per l’Italia non c’è alcun rischio – afferma in una nota il ministro della Salute Beatrice Lorenzin –. Il nostro Paese è attrezzato per valutare e individuare ogni eventuale rischio di importazione della malattia: un caso conclamato non può arrivare con un barcone»), negli Stati Uniti la psicosi cavalca l’allarme lanciato dall’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità: «Il virus avanza a velocità incontrollata». E misure straordinarie sono scattate anche sui leader africani, che, da ieri a domani, partecipano, a Washington, al summit Usa-Africa, organizzato alla Casa Bianca. «Non si tratta di una malattia facilmente diffondibile – ha ripetuto il presidente Usa Barack Obama – ma bisogna identificare, mettere in quarantena e isolare chi può trasmetterla».

Perché di Ebola si muore nel 90% dei casi. E i più esposti al contagio restano i sanitari che curano gli ammalati, perché il virus si trasmette attraverso lo scambio o il contatto con i liquidi biologici (saliva, sangue, feci) dei colpiti, che in pochi giorni vengono squassati dalle febbre emorragica. I sintomi iniziali, febbre persistente a 38-38,5° e mal di gola, sono seguiti, nell’arco di una settimana, da senso di fatica intensa, diarrea, vomito, dolori articolari, dolori addominali, cefalea e la temperatura si alza.

L’infezione, dunque, non si propaga per via aerea, come è tipico dei virus influenzali, e cioè tramite le vie respiratorie, con uno starnuto o un colpo di tosse, per esempio; l’incubazione va dai 2 ai 21 giorni – spiegano gli infettivologi di «Medici senza frontiere» – e si giunge rapidamente alla morte senza cure adeguate: chi si ammala viene isolato per il monitoraggio e il trattamento, che consiste in idratazione, nutrizione, somministrazione di farmaci per patologie associate.

In Africa, l’epidemia si diffonde rapidamente per diverse cause: la siccità, le cattive condizioni igieniche, le difficoltà del sistema sanitario, la diffidenza nei confronti della medicina tradizionale rispetto a pratiche e credenze popolari.

Il virus, che è apparso per la prima volta nel 1976 in Sudan e nel Congo ex Zaire, nella valle del fiume Ebola, dal quale prende il nome, arriva da scimmie, scimpanzé, antilopi e pipistrelli, ma negli esseri umani diventa quasi incurabile: si replica giorno dopo giorno indebolendo sempre più il corpo. Circa 20 anni fa, tra aprile e maggio 1995, contagiate dall’allora semisconosciuto virus, morirono, con due consorelle bresciane, mentre curavano i malati dell’ospedale di Kikwit, nella Repubblica democratica del Congo, 4 suore bergamasche delle Poverelle: Floralba Rondi, 71 anni di Pedrengo, Clarangela Ghilardi, 64 anni, di Trescore; Danielangela Sorti, 47 anni, di Lallio, Vitarosa Zorza, 51, di Palosco, per le quali a gennaio si è conclusa l’inchiesta per la causa di beatificazione e canonizzazione. Oggi, quasi due decenni dopo, l’epidemia di Ebola è esplosa in maniera più aggressiva.

Dall’Oms l’urgenza di approntare un piano di emergenza: 100 milioni di dollari (circa 75 milioni di euro) verranno investiti in Africa Occidentale per combattere il virus; inoltre, cinquanta esperti americani, è l’annuncio dagli Usa di Thomas Frieden, direttore del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), saranno inviati, in un mese, per coordinare e rafforzare l’impegno internazionale contro la diffusione della pandemia.

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