Si è concluso con circa trentacinque anni complessivi di carcere il processo con rito abbreviato a carico della banda di sinti accusata di aver messo a segno numerosi furti nelle abitazioni di anziani utilizzando la tecnica del finto tecnico del gas o dell’acqua.
Come riportato dal quotidiano La Prealpina, l’inchiesta era stata condotta dai carabinieri della Compagnia di Luino, che nel giugno scorso avevano arrestato sei componenti del gruppo al termine di mesi di indagini.
Una trentina di colpi tra Varesotto, Como e Milano
Le indagini – sviluppate attraverso pedinamenti, intercettazioni e il tracciamento dei veicoli utilizzati dalla banda – hanno permesso di ricostruire una lunga serie di furti.
In totale sarebbero una trentina gli episodi contestati, tra colpi riusciti e tentati, messi a segno a partire dal settembre 2024 tra le province di Varese, Como e Milano. Ben ventisei furti si sarebbero verificati nel territorio varesino.
Secondo l’accusa si trattava di un’organizzazione strutturata, composta in gran parte da membri della stessa famiglia e caratterizzata da una precisa divisione dei ruoli: chi individuava le abitazioni da colpire, chi guidava i veicoli, chi contattava telefonicamente le vittime e chi si presentava alla porta fingendosi tecnico o appartenente alle forze dell’ordine.
La banda utilizzava inoltre auto con targhe clonate per spostarsi e allontanarsi rapidamente dopo i colpi.
Il copione dei furti
Il modus operandi era quasi sempre lo stesso. Uno o due complici si presentavano nelle case degli anziani sostenendo di dover effettuare controlli per presunte perdite o contaminazioni della rete idrica o del gas.
In alcuni casi compariva anche un falso carabiniere o un vigile urbano per rendere più credibile la messinscena.
Le vittime venivano convinte a mettere al sicuro denaro e gioielli in luoghi ritenuti “protetti”, come il forno o il frigorifero. Approfittando della distrazione degli anziani, i ladri riuscivano così a impossessarsi del bottino prima di allontanarsi.
Le condanne
La sentenza di primo grado è stata pronunciata mercoledì 4 marzo dal giudice per l’udienza preliminare Niccolò Bernardi, che ha in larga parte confermato l’impianto accusatorio della Procura.
Il pubblico ministero Marialina Contaldo aveva chiesto quasi quarant’anni di carcere complessivi, ma il giudice ha leggermente ridotto il totale delle pene.
Il bilancio finale resta comunque pesante: circa trentacinque anni di reclusione complessivi per sette imputati, con una sola assoluzione.
Le condanne più severe sono state inflitte ai due fratelli ritenuti ai vertici del gruppo, Valentino e Fortunato Delagarie, di 50 e 47 anni, residenti nel Novarese. Il primo è stato condannato a nove anni e due mesi, mentre al secondo sono stati inflitti otto anni e nove mesi, con il riconoscimento anche del reato di associazione per delinquere.
Per gli altri cinque imputati le pene sono comprese tra un anno e quattro anni e sei mesi di reclusione.
Attenuanti e possibili ricorsi
Nella sentenza sono state disposte alcune assoluzioni per singoli capi d’imputazione e concesse attenuanti generiche, anche ai due fratelli considerati al vertice dell’organizzazione.
In diversi episodi è stata inoltre riconosciuta l’attenuante del “recesso attivo”, applicata quando l’autore interrompe volontariamente l’azione impedendo che il reato si consumi. È il caso di alcune tentate truffe in cui le vittime si erano rifiutate di collocare gioielli e oggetti di valore nei luoghi indicati dai falsi tecnici.
Nel processo era rimasta una sola parte civile. Poco prima della lettura della sentenza, tuttavia, l’avvocato Laura Alezio ha informato il giudice che l’anziana donna vittima di uno dei furti, costituitasi nel procedimento, è deceduta la scorsa settimana.
Gli imputati condannati quasi certamente presenteranno ricorso in appello, per cui la vicenda giudiziaria proseguirà nei prossimi gradi di giudizio.













